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Archivio documenti ed attività per
la
Spiritualità familiare
1° incontro
I linguaggi dell’amore
Per ognuno di noi, uno dei cinque
linguaggi dell'amore ci parla più in profondità rispetto ad altri a
livello emozionale. Quando una persona parla il mio linguaggio
dell'amore principale, io sono attratto da quella persona perché
soddisfa il mio bisogno fondamentale di essere amato. Quando una persona
non parla il mio linguaggio principale, mi chiederò se mi ama davvero,
perché a livello emozionale io non la comprendo.
Un problema in molte relazioni umane è che voi e io
parliamo il nostro linguaggio e ci domandiamo perché l'altra persona non
comprenda. È come se io parlassi in inglese a una per- sona che conosce
solo il tedesco e mi chiedessi perché quella persona non comprende il
mio messaggio. Le relazioni umane migliorano molto, quando impariamo a
parlare il linguaggio dell'amore dell'altra persona.
Ecco i 5 linguaggi dell’amore:
1. Parole d'incoraggiamento
Servirsi di parole per incoraggiare
l'altra persona è un modo per esprimere amore. «Questo vestito ti sta
bene. ..Hai fatto un buon lavoro. Apprezzo il fatto che tu ti sia
impegnato fino alla fine... Grazie per aver pulito la tua stanza...
Apprezzo che tu abbia portato fuori la spazzatura», sono tutte
espressioni d'incoraggiamento. Altre possono essere: «So che hai
lavorato molto a questo progetto e voglio che tu sappia che ho veramente
apprezzato quello che hai fatto. ..È stata un' ottima cena... Grazie per
tutto il tuo lavoro».
Ci sono migliaia di modi per esprimere
incoraggiamento a parole. Queste affermazioni possono riguardare il
comportamento, l'aspetto fisico o la personalità della persona. Le paro-
le possono essere dette, scritte o persino cantate. Per le persone il
cui linguaggio principale dell'amore è quello delle parole
d'incoraggiamento, queste parole sono come 'una pioggia di primavera su
un terreno arido.
2. Momenti speciali
I momenti speciali consistono
nell'offrire a una persona la vostra attenzione esclusiva. Con un
bambino piccolo, si tratta di sedersi con lui sul pavimento e far
rotolare la palla accanto a lui, Con il coniuge, possono consistere nel
sedersi con lui o con lei sul divano e parlare, o fare una passeggiata
voi due soli, guardarvi e parlarvi. Per un adolescente, un momento
speciale può essere portarlo a pescare e dirgli com'era la vita quando
voi avevate la sua età, poi chiedergli quali differenze riscontra
rispetto alla propria esperienza. Per un adulto single, un momento
speciale può consistere nel progettare un'occasione con un amico nel
corso della quale passino un po' di tempo insieme. L'importante non è l'
attività, ma il fatto che trascorriate tempo insieme. Quando offri- te a
qualcuno momenti speciali, gli date parte della vostra vita. È una
profonda comunicazione d'amore.
3. Doni
Offrire doni è un'espressione universale
d'amore. I doni dicono: «Questa persona ha pensato a me. Guarda che cosa
ha preso per me». Tutti, bambini, adulti e adolescenti, apprezzano i
regali. Per alcune persone, i doni costituiscono il linguaggio
principale dell'amore. Nulla li fa sentire più amati che ricevere un
dono.
I doni non devono essere necessariamente
costosi. Quando fate un'escursione, potete raccogliere una pietra di
forma o colore originale, portarla a casa e darla a un bambino di dieci
anni, dirgli dove l'avete raccolta e dirgli che avete pensato a lui.
Posso quasi garantirvi che, quando quel bambino avrà ventitre anni,
terrà ancora quella pietra sulla sua scrivania.
4. Gesti di servizio
«Le azioni parlano più forte delle
parole», dice un vecchio adagio. Questo è vero per le persone il cui
linguaggio principale dell'amore è quello dei gesti di servizio. Fare
qualcosa che sapete che l'altra persona gradirebbe che voi faceste è
un'espressione d'amore. Può trattarsi di cucinare un pasto, lavare i
piatti, passare l'aspirapolvere, falciare l'erba, pulire il forno, fare
il bagno al cane, dipingere le pareti di una stanza, lavare l' auto,
accompagnare lo studente di terza superiore all'allenamento di calcio,
riparare il vestitino di una bambola o sostituire la catena di una
bicicletta. L'elenco potrebbe continuare all'infinito. La persona che
parla questo linguaggio cerca sempre di fare qualcosa per gli altri.
Per le persone il cui linguaggio
principale è quello dei gesti di servizio, le parole possono essere
vuote di significato, se non sono accompagnate da gesti di servizio. Il
marito dice: «ti amo» e la moglie pensa: «Se mi amasse, farebbe
qualcosa». li marito può essere sincero nella sua affermazione, ma a
livello emozionale non si fa comprendere dalla moglie, perché il
linguaggio di lei è quello dei gesti di servizio; in assenza di questi
ultimi, lei non si sente amata.
Una moglie offre doni a suo marito, ma
se il suo linguaggio dell'amore è quello dei gesti di servizio, lui si
domanderà: «Perché non occupa il suo tempo pulendo la casa invece di
acquistarmi doni?». Si è detto: «La via per il cuore di un uomo passa
per lo stomaco» non è vero per tutti gli uomini, ma potrebbe esserlo per
gli uomini il cui linguaggio principale dell'amore è quello dei gesti di
servizio.
5. Contatto fisico.
Il potere emozionale del contatto fisico
è noto da molto tempo. È questo il motivo per cui prendiamo in braccio i
bambini e li coccoliamo. Molto prima di conoscere il significato
dell'amore, il bambino si sente amato tramite il contatto fisico.
Abbracciare e baciare un bambino di sei anni mentre sta per andare a
scuola al mattino è un modo per riempire il suo serbatoio d'amore e
prepararlo così a una giornata di studio.
Se il linguaggio principale dell'amore
del bambino è il contatto fisico, per lui nulla è più importante.
L'adolescente il cui linguaggio principale dell'amore è il contatto
fisico potrebbe ritrarsi dai vostri baci e abbracci, ma questo non
significa che non desideri un contatto fisico. Associa i baci e gli
abbracci all'infanzia. Non è più un bambino. Dovete dunque imparare
nuovi dialetti, nuovi modi di proporre il contatto fisico
all'adolescente. Una pacca sulla spalla, una gomitata al momento giusto,
una lotta improvvisata sul pavimento, un abbraccio dopo un duro
allenamento sportivo riempiranno il serbatoio d'amore dell'adolescente.
Se smettete di offrirgli contatti fisici, questo adolescente non si
sentirà amato.
Domande per il dialogo
§
Qual è il tuo linguaggio
principale dell’amore?
§
Hai scoperto qual è il
linguaggio principale dell’amore del tuo coniuge?
§
State scoprendo il
linguaggio principale dell’amore dei vostri figli?
2° incontro
Fondamenti biblici dell’amore
Premessa
Il famosissimo inno all'amore di san
Paolo, permette di andare subito al cuore della prospettiva che
cercheremo di offrire in questa riflessione alle radici dell'amore:
Se anche parlassi le lingue degli
uomini e degli angeli ma non avessi l'amore io sono come un bronzo che
risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e
conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e possedessi la pienezza
della fede così da trasportare le montagne ma non possedessi l'amore non
sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio
corpo per essere bruciato .ma non avessi l'amore niente mi giova. (l Cor
13, 1-3).
Paolo presenta l'amore come una pista da
percorrere, anzi lo ritiene l'autentico dinamismo della vita cristiana:
per Paolo l'amore non è un bene che possa essere conseguito una volta
per sempre, ma un valore da conquistare faticosamente, quotidianamente,
una pista da percorrere spesso in salita. Per san Paolo l'amore è il
traguardo dell'esistenza umana, l'obiettivo dell'essere uomini.
Da questo inno si comprende che è
rischioso pronunciare il termine "amore" troppo in fretta. Il rischio è
che non dica più nulla. L'inno di Paolo ricorda che la parola amore è un
termine per sua natura sintetico. San Paolo continua: L 'amore è
paziente, benigno, non si vanta, l'amore, non si gonfia, non manca di
rispetto..
San Paolo cerca di spiegare ai Corinzi
cosa sia l'amore con questo elenco: l'amore non cerca il suo
interesse, non si adira, e non gli sembra ancora abbastanza, non
tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia ma si compiace
della verità. L'amore tutto copre, tutto crede, tutto sopporta.
Insomma, san Paolo dice che se si pronuncia troppo in fretta la parola
amore si rischia di renderla enfatica, vuota.
In questo senso fanno sorridere quelle
frasi che pretendono con uno slogan di definire la parola amore. Per san
Paolo bisognerebbe essere un po' più complessi. Bisognerebbe dire:
l'amore è anche paziente, l'amore è anche benigno, ecc.
L'amore di per se è come un'anguilla che continuamente ti sfugge di
mano. Il termine amore allora cerca di esprimere la complessità
dell'intima essenza vitale dell'uomo.
Nella prospettiva paolina inoltre
l'amore è il coefficiente che moltiplica tutto: Queste dunque, le tre
cose che rimangono: la fede, la speranza e l'amore, ma di tutte più
grande è l'amore. Nella prospettiva biblica l'amore, questa intima
essenza vitale dell'uomo, permette all'uomo di essere uomo, di essere se
stesso.
Per san Paolo l'amore deve saper gioire
per la verità (cfr. v. 6). Nel nostro caso deve saper gioire delle
verità umane proposte dalla Bibbia; delle verità proposte da Dio
affinché l'uomo possa comprendersi e comprendere il senso del proprio
esserci nel mondo e possa dare significato agli eventi che vive.
1. Accompagnare nel cammino
dell'amore
È prendersi cura di un triplice bisogno
fondamentale dell'uomo: quello di comprendersi, quello di dare
significato agli eventi che si vivono Riflettere sulle radici bibliche
dell'amore umano, delineando la proposta di uomo che emerge dalla pagina
biblica è far conoscenza dell'Adàm biblico, del modello di
umanità che emerge dalla Bibbia. Il percorso sarà quindi di antropologia
biblica.
L'antropologia biblica, è la proposta di
uomo che offre la Bibbia. Per questo è fondamentale cercare di
comprendere, di conoscere sia la Parola di Dio espressa in un concreto
ambiente storico, sia l'ambiente culturale nel quale viviamo.
Questo approccio storico va in
controtendenza col presentismo che regna nell'ambiente, va contro il
soffocante presentismo che respiriamo oggi. I giovani nel '68 dicevano
di se stessi: io sono la mia storia. Tra gli anni '85 e '90 i giovani
dicevano di se stessi: io ho una storia (quindi un rapporto più debole
con la propria storia). I giovani del 2000 dicono: oggi sono stato bene.
Il presentismo che regna attualmente è una sorta di calamita che attira
a se il passato per neutralizzarne la forza evocativa. Ma non attira
solo il passato: vuole inglobare a se anche il futuro per esorcizzare la
sua potenzialità incerta e minacciosa. Tutto si esaurisce ciò di cui ho
bisogno ora.
2. Due 'giardini" a confronto
Nei testi biblici fondativi, ci
riferiremo soprattutto a Genesi 1-3, vi è la presenza di un luogo
intermedio, un luogo simbolico, dove l'uomo può essere se stesso: il
giardino dell'Eden (cfr. Genesi 2, ma anche il "giardino" di
Genesi 1, dove la creazione stessa è intesa come il grande giardino
dove l'uomo può trovare il proprio posto). Penso che oggi sia quanto mai
necessario mettere a confronto, far dialogare il "giardino biblico" con
il giardino nel quale viviamo, giardino che noi definiremo post-moderno,
vale adire l'ambiente culturale che domina il nostro tempo.
Tale confronto ci obbligherà a dialogare
con i linguaggi propri di questo giardino post-moderno. Tra le cause
della difficoltà di comunicare la bellezza della proposta biblica
dell'amore umano c'è sicuramente il divulgare di una lingua
completamente estranea a quella di oggi.
Iniziamo la nostra "passeggiata" in
questi due giardini, con lo scopo di arrivare ad individuare alcune
radici bibliche dell'amore umano.
2.1 Prima caratteristica del giardino
post-moderno
L'ambiente vitale nel quale viviamo oggi
si caratterizza per una forte frammentazione e per una forte
frammentarietà.
La frammentarietà è una statua
che viene rotta in tanti pezzi: tutti i valori vengono demoliti, fatti a
pezzi; non c'è più una roccia sicura sulla quale fondare per sempre la
pro- pria esistenza, sulla quale scommettere per sempre la propria vita;
pensiamo per esempio ai colpi inferti all'istituto matrimoniale.
La frammentazione è una cosa
ancora peggiore: si ha quando la statua viene fatta a pezzi e poi questi
vengono mischiati creando una totale confusione. Se qualcuno volesse
ricostruire la "statua" dei valori su cui generazioni e generazioni
hanno fondato la loro esistenza, non riuscirebbe nemmeno a trovare
l'ordine con cui iniziare a ricostruire il puzzle distrutto.
Oggi ci percepiamo come inserito in un
mondo disordinato, nel quale è difficile trovare il senso dell'insieme.
Spesso non sappiamo dove collocarci, avvertiamo di non avere un posto
nel mondo, abbiamo difficoltà sempre più grandi a trovarlo e quindi a
trovarci. Più o meno consapevolmente ci sentiamo dimenticati da Dio, noi
diremo: ci sentiamo dimenticati da un ordine più grande, in grado di
dare un senso al suo esistere. Nel giardino post-moderno respiriamo
l'idea che la storia sia sfuggita dalle mani di Dio.
2.2 Prima caratteristica del giardino
biblico
Ci riferiremo ai sette giorni della
creazione (Gen 1). La Bibbia propone questa verità: il mondo non
è caos, non è disordine, quindi ha un senso, e l'uomo è posto in questo
giardino il sesto giorno, avendo così un posto ben preciso, al vertice
della creazione.
Sappiamo che Genesi 1 è stato
scritto al tempo dell'esilio, in un periodo nel quale gli Israeliti
pensavano di essere stati dimenticati da Dio, che la storia fosse
davvero sfuggita dalle mani di Dio: raccontando il racconto della
creazione agli esiliati l'autore di Genesi 1 vuole far ricordare
alloro cuore che la storia è invece saldamente nelle mani di Dio: In
principio Dio creò il cielo e la terra. Tutto è nelle mani di Dio,
un ordine c'è! Esiste un ordine, un orizzonte di bello, di buono, di
senso nel quale è collocato l'uomo.
Prima radice biblica dell'amore
umano, con cui siamo chiamati
a confrontarci, è la fiducia che la storia che stiamo vivendo è
saldamente nelle mani di Dio. La vita e la storia hanno un senso.
2.3 Seconda caratteristica del
giardino post-moderno
L'ambiente culturale post-moderno pone
un'attenzione particolare sul soggetto inteso nella sua individualità.
Respiriamo continuamente un clima culturale che potremmo definire ad
alta soggettività. Il giardino post-moderno ipertrofizza l'io di chi lo
abita. Essendo in primo piano l'io, chiaramente in questo giardino gli
altri vengono messi da parte, in ombra, diventano delle variabili
dipendenti e subordinate a me.
Nel giardino post-moderno c'è
l'inflazione dell'io per cui gli altri, fondamentalmente, danno
fastidio. Il diverso da me è un potenziale nemico, una minaccia alla mia
persona. La prossimità è un disvalore. Fondamentalmente in questo
giardino cresciamo con la convinzione che l'uomo debba bastare a se
stesso senza lasciarsi coinvolgere in relazioni interpersonali decisive.
Meglio chattare: il porre il mio volto di fronte al volto
dell'altro coinvolgerebbe troppo.
2.4 Seconda caratteristica del
giardino biblico
A tale eccedenza di io la Bibbia propone
il giardino di Genesi 2 nel quale risuona una considerazione
divina che sempre provocherà l'autosufficienza post-modema: Non è
bene che l'uomo sia solo, gli voglio fare un aiuto che gli sia simile»
( Gen 2, 18).
Per Genesi 2 la solitudine
dell'uomo è una nota stonata nella sinfonia dell'esistenza umana.
Nel giardino di Genesi l'uomo è educato
alla presenza dell'altro, a dare voce all'altro, anzi, in questo
giardino è l'altro che mi definisce. Adàm, infatti, è ancora l'essere
umano indifferenziato; si scoprirà uomo solo quando entrerà in relazione
con donna: La si chiamerà 'isshah, (donna), perché da
'ish, (uomo), è stata tolta. L'altro dice la mia individualità,
l'altro dice la mia personalità. Quindi il giardino di Genesi 2
educa alla relazione con l'altro.
Allora l'uomo disse: questa volta
essa è carne della mia carne, ossa delle mie ossa.
(Gen 2, 23): con la presenza
dell'altro l'uomo comincia a parlare. Con gli altri esseri viventi non
parlava.
Per dire che due persone si vogliono
bene, in un dialetto italiano si dice: i se parla, si parlano. In
Genesi 2 l'altro è possibilità di porsi in dialogo, in relazione.
Per la Bibbia non esiste uomo se non è in relazione. Genesi 2
presenta un giardino che invita l'uomo, per essere se stesso, a mettersi
in gioco nella grande sfida delle relazioni interpersonali. Chi non è in
grado di relazionarsi finisce solo per servirsi dell'altro,
sfruttandolo.
Seconda radice biblica dell'amore
umano: al giardino
post-moderno la Bibbia propone un modello di uomo che si realizza nella
relazione con il diverso da se. Per Genesi 2 l'origine dell'amore
umano è l'accoglienza della diversità.
2.5 Terza caratteristica del giardino
post-moderno
L'ambiente culturale post-moderno
sostanzialmente consacra la banalizzazione della sessualità. Nel
giardino post-moderno il sesso è presentato come trasgressione; persino
gli adolescenti iniziano a fare esperienza della propria sessualità
molto presto.
Nel giardino post-moderno la sessualità
è spesso morbosità, e appare come un mero strumento commerciale:
riviste, filmini, spettacoli, tv private, numeri telefonici,
prostituzione.
Nonostante l'apparente libertà che la
cultura post-moderna ci vuol far credere di avere nei confronti della
sessualità, nei nostri occhi si può scorgere l'angoscia per l'incapacità
di integrare una delle dimensioni fondamentali dell'essere uomo.
2.6 Terza caratteristica del giardino
biblico
Nel giardino biblico invece si respira
uno sguardo sereno sul sesso. Anzi, la serenità che il libro di Genesi
presenta circa la sessualità sembra essere un ideale da raggiungere:
Ora tutti e due erano nudi (Gen 2, 25). Non per dire che deve
scomparire il senso del pudore, ovviamente, ma perché la sessualità,
secondo la Bibbia, nel suo valore più alto, è trasparenza, autenticità,
bellezza, purezza.
Nella prima Lettera ai Corinzi,
capitolo 6, versetti 12-20, san Paolo, presentando osservazioni sulla
sessualità, termina dicendo: Glorificate Dio nel vostro corpo,
qui il greco sarx (corpo) si riferisce, visto il contesto, agli
organi genitali. In questa prospettiva, le esperienze sessuali non si
riducono ad un banale e occasionale incontro di organi sessuali, ma
perfezionano la relazione tra due persone sessuate.
Se nel giardino post-modemo spesso si ha
la sensazione che il sesso sia stato inventato dal marketing, nel
giardino biblico veniamo a sapere che l'inventore del sesso è Dio in
persona: A immagine di Dio li creò; maschio e femmina li a
creò (Gen 1, 27): la sessualità in questo giardino è presentata come
una scintilla dell'amore di Dio per l'umanità. L'umanità sessuata
diventa icona di Dio: non riconoscere questo significherà provare
vergogna, significherà avere paura dell'altro (cfr. Gen 3).
Il messaggio del Cantico dei Cantici
ci ricorda che l'uomo non ha un corpo, bensì che è corpo. Per il
Cantico dei Cantici la sessualità è per la felicità dell'uomo e
della donna. Potremmo dire che i valori della sessualità nel giardino
biblico si esprimono con tre parole: procreativo (dà la vita);
ricreativo (il sesso, nel quale giochiamo tutta la nostra esistenza. È
una vera e propria occasione di gioia che Dio ci ha donato); creativo
(ci si crea e ricrea reciprocamente, rende più uomo e rende più donna).
Perché il sesso ha tanta importanza
tabuistica, trasgressiva nel giardino post-modemo? Perché provoca
piacere; se il sesso non fosse piacere non darebbe fastidio a nessuno;
contro una certa mentalità dobbiamo avere il coraggio di dire,
attraverso una sana educazione all'amore, che più grande è il piacere
che i due coniugi si donano reciprocamente, più virtuoso è il loro
rapporto. Impegnarsi a far felice il proprio partner, per essere felice:
è un grande valore della sessualità in prospettiva cristiana.
Potremmo parafrasare la famosa frase
genesiaca “non è bene che l'uomo sia solo” con “non è bene
che l'uomo appaghi solo se stesso nel rapporto di coppia”
Terza radice biblica dell'amore
umano: l'uomo è sessuato, e
il piacere che ne deriva è un grandissimo dono che Dio fa all'uomo
affinché diventi dono e dedizione, quindi è giusto ringraziarlo.
Penso che questa sia una radice robusta
se desideriamo entrare nel giardino post-modemo. Il giardino post-modemo
regge sull'ambiguità del piacere sessuale. Noi abbiamo in mano una
radice fortissima per iniziare a dialogare con questa potenzialità che
purtroppo anche ai nostri giovani viene presentata come qualcosa da
commercializzare.
Conclusione
Il giardino post-modemo propone una vita
banalizzata mentre la proposta biblica esige un uomo che abbia il
coraggio di giocarsi totalmente, di sbilanciarsi, di esigere, ed esigere
vuol dire rischiare, fidarsi. Gli esempi della Bibbia in questo senso
sono innumerevoli. Vorrei concludere prendendone uno dal Nuovo
Testamento. È tratto da Giovanni 6, dove si parla della
moltiplicazione dei pani. Secondo Giovanni quell'episodio è una prova a
cui Gesù sottopone i suoi discepoli. Ci sono cinquemila uomini da
sfamare: chi darà loro da mangiare? Filippo dice: “nemmeno duecento
denari sarebbero sufficienti per dare un pezzettino di pane ciascuno”;
è Andrea insiste: “sono troppi, congediamoli”.
C'è un uomo con cinque pani e due pesci,
ma sono pochi. Per Filippo e Andrea il loro poco equivale a niente, che
è esattamente la prospettiva post-modema: vivi del poco che ti offre il
tuo egoismo; non fare progetti di vita troppo impegnativi; non lasciarti
coinvolgere nelle relazioni: è troppo poco quello che puoi promettere,
troppo poco quello che sei, tanto vale quindi non impegnarsi.
Gesù invece col suo gesto di
moltiplicare il poco che i discepoli avevano, capovolge la prospettiva:
il poco che si possiede può essere comunque donato. Che siano duecento
denari oppure cinque pani d'orzo e due pesci, il calcolo da fare nella
prospettiva biblica non è se siano sufficienti o meno, ma se si è capaci
di investirli totalmente.
Questa è la radice biblica più
profonda circa l’amore umano: investire totalmente se stessi in un
progetto dl vita, trovando in Dio la forza di scommettere su un per
sempre donato e vissuto nella quotidianità. Tale atteggiamento renderà
consapevoli anche i nostri giovani che anche il post-moderno è un tempo
redento da Cristo, un uomo-Dio che si è donato totalmente per ciascuno
dl noi.
Domande per il dialogo
§
Quali riflessioni
provocano in me questo brani del Nuovo e dell’Antico Testamento?
§
Come penso di poter vivere
l’amore oggi, da uomo/donna di oggi, senza tradire la Parola di Dio che
mi dà indicazioni valide in ogni tempo?
§
Cosa posso dire ai figli
in proposito?
Incontro Natalizio
DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (1,35-46)
Il giorno dopo, Giovanni stava ancora
là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che
passava, disse: "Ecco l'agnello di Dio!". E i suoi due discepoli,
sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando
che essi lo seguivano, disse loro: "Che cosa cercate?".
Gli risposero: "Rabbì -che, tradotto,
significa Maestro -, dove dimori?".
Disse loro: "Venite e vedrete".
Andarono dunque e videro dove egli
dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del
pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le
parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon
Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse:
“abbiamo trovato il Messia" - che si traduce Cristo.
Il giorno dopo Gesù volle partire per
la Galilea; trovò Filippo e gli disse: "Seguimi!". Filippo era di
Betsàida, la città di Andrea e di Pietro.
Filippo trovò Natanaele e gli disse:
“Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i
Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazaret". Natanaele gli disse:
«Da Nazaret può venire qualcosa di buono?". Filippo gli rispose: "Vieni
e vedi".
ANALIZZIAMO IL TESTO
Inseriamo il brano, appena letto, nel
contesto del vangelo di Giovanni. Nei primi capitoli l’evangelista
presenta Gesù attraverso sette segni miracolosi.
La chiamata dei primi discepoli avviene
non appena Giovanni Battista ha testimoniato che Gesù è il Messia,
l'Evangelista sceglie due diverse scene:
la prima scena coinvolge due discepoli
del Battista, di uno non viene detto il nome, mentre l'altro è Andrea,
il quale coinvolge il fratello Simone (che Gesù chiamerà Pietro).
nella seconda scena entrano Filippo e
Natanaele (che, si ipotizza, sia il discepolo Bartolomeo).
Approfondiamo ora il testo, versetto per
versetto:
Il giorno dopo...
Il testo è molto preciso riguardo ai
tempi, addirittura, vedremo, menziona I 'ora esatta in cui avvengono i
fatti. Siamo nel terzo giorno della settimana iniziale del Vangelo di
Giovanni.
E' un giorno intermedio è, quindi,
quello che oggi chiamiamo un giorno feriale: ci ricorda che
l'incontro con il Signore avviene nella vita di tutti i giorni. Non si
attende una grande solennità, un avvenimento importante, ma "il mezzo
del cammino", dentro la nostra storia personale e nella storia familiare
che stiamo condividendo e scrivendo con i nostri cari. Gesù passa quando
meno ce lo aspettiamo, la nostra famiglia deve essere pronta ad
accoglierlo: in un giorno come gli altri lui passa per incontrarci.
Giovanni, fissando lo sguardo su Gesù
che passava...
Il verbo fondamentale del brano è
"vedere". E' un atteggiamento che coinvolge tutta la persona. "Fissare
lo sguardo" vuol dire "tenere gli occhi fissi su Gesù" e non
allontanarli più dalla sua persona.
Chi vede Gesù vede il Padre e, nello
stesso tempo, scopre la sua vera identità di creatura, ma non solo di
creatura, la vera identità del cristiano è quella di essere figlio.
La famiglia che fissa Gesù non lo perde
mai di vista. Quando si sente abbandonata, sa che non esiste la
solitudine completa, anche nello scoraggiamento e nel dolore non perde
la speranza.
Sentirci creature di Dio significa
riconoscere la sua opera creatrice, significa riconoscere che siamo
stati creati perché desiderati da lui. Ma Gesù ci fa compiere un passo
avanti: non siamo solo creature, siamo figli di Dio. La nostra famiglia
è formata da figli di Dio e la sua stessa nascita -attraverso il
sacramento del matrimonio- è avvenuta nella grazia di Dio.
...disse: "Ecco l'agnello di Dio"
Giovanni testimonia la verità su Gesù.
E' lui il "Verbo" di cui l'evangelista ha parlato nel prologo al suo
vangelo.
...sentendolo parlare così seguirono
Gesù
Siamo passati dal "vedere" al "seguire".
Nella Scrittura troviamo spesso la stessa sequenza: si vede e quindi si
comprende, poi però la visione, la conoscenza spinge all'azione. I
discepoli, vedendo Gesù, hanno compreso che è lui il messia e quindi non
possono fare a meno di seguirlo.
Allo stesso modo, la famiglia che prende
coscienza dell'amore che il Signore riversa su di lei, non resta solo
seduta a guardarlo, ma vive la propria fede in modo concreto.
Gesù allora si voltò e
osservando che essi lo seguiva no disse loro: "Che cosa cercate?"
Evidentemente lo sguardo di Gesù non
lascia nessuno indifferente.
Che cosa cerchiamo? Perché ogni giorno ci impegniamo ad
amare la persona che abbiamo accanto, ogni giorno educhiamo i nostri i
figli cercando per loro il meglio del meglio? Quando li vegliamo la
notte, quando ci dimentichiamo di noi stessi? Che cerchiamo quando
preghiamo, quando ci sacrifichiamo per gli altri? Che cosa stiamo
veramente cercando?
"Rabbi dove abiti?"
Come rispondono i discepoli alla domanda
di Gesù?
Non sanno rispondere, allora rivolgono
loro stessi una domanda. Chiedere dove abiti, significa voler sapere
come lui vive: "mostraci come vivi e sapremo chi sei veramente" Vivendo
nella sua casa, in comunione con Lui, è possibile creare la dinamica
giusta per una sequela che diventa scelta di vita. Stare con Gesù
significa rendersi disponibili ad ascoltare, a vedere, a contemplare, a
gioire e soffrire con Colui che è Signore della vita.
"Venite
e vedrete"
Gesù risponde invitando personalmente ad
incontrarlo. Ma è necessario che essi si muovano, lascino il posto che
occupano per andare con lui. Gesù, prima di proporre un'attività, un
servizio, una missione, chiede di incontrarlo, di lasciarsi conquistare
dal suo amore, per mettersi poi alla sua sequela.
La famiglia può conoscere Gesù fissando
gli occhi sul suo sguardo, ascoltando la sua Parola, contemplando in
essa tutti i gesti di accoglienza, le parole di perdono e di tenerezza
che lui ha verso ogni persona. La famiglia può leggere nelle parole del
Vangelo di Gesù un percorso di vita fatto di amore, lontano dal male.
La famiglia può incontrarlo sempre nella
preghiera e nei sacramenti.
"Abbiamo trovato colui del quale
hanno scritto Mosè, nella legge
e i profeti; Gesù, il Figlio di
Giuseppe di Nazareth".
I discepoli affermano che Gesù è colui
di cui parla tutto l'Antico Testamento. Gesù proprio lui, anche se le
sue coordinate anagrafiche non dicono assolutamente nulla, perché
Nazareth era una località insignificante, mai menzionata prima nella
Sacra Scrittura.
COME GESU'
Che cosa impariamo da questo incontro di
Gesù con i primi discepoli? Il racconto ci offre una serie di scambi:
uno guarda, l'altro guarda a sua volta, uno domanda ed invita a guardare
meglio. Chi ha colto l'invito e ha visto, va a sua volta a chiamare gli
altri perché vedano. ..
AI centro di tutto c'è Gesù che chiede
di condividere il suo stile di vita, un progetto esistenziale, chiede di
vivere come Lui un amore fino all'estremo limite. Gesù invita a seguirlo
in questo modo di vivere
Come Gesù verso il nostro sposo /
verso la nostra sposa:
viviamo la nostra fede con gioia,
consapevoli dell'amore che ci avvolge, leggiamo ogni avvenimento della
giornata come lo avrebbe fatto Gesù, con misericordia verso chi sbaglia,
con comprensione, con perdono, mai con odio o con desiderio di rivalsa o
di vendetta verso chi ci vuole male. Una coppia di sposi che si
apre agli sguardi verso tutti sa guardare il prossimo immedesimandosi
nel suo mondo diverso dal nostro, nei suoi desideri, nelle sue paure e
debolezze. Solo così può iniziare quel difficile cammino che porta alla
comprensione tra persone, al rispetto reciproco e costruttivo di
relazioni positive.
Come Gesù verso i nostri figli:
insegniamo loro a saper trovare il buono
che c'è in ogni persona. Evidentemente Gesù non poteva non trovare
difetti piccoli, grandi o enormi nelle persone che sceglieva o che
frequentava. Lui sapeva amare veramente e quindi riusciva a riconoscere
in tutti qualcosa di buono. l nostri figli assorbono da noi il nostro
modo di considerare l'altro. Offriamo loro le chiavi per fidarsi o meno
di chi incontrano, ma evitiamo che vedano nel prossimo il male
assoluto che dividano il mondo delle persone solo nei colori bianco e
nero.
Etichettare come “rifiuto” una
persona che ha sbagliato e, forse, continua a sbagliare, la esclude
dalla nostra vita, la cancella come prossimo.
Come Gesù in comunità:
nell'impegno in comunità, in parrocchia
ci capita di commettere, a volte senza accorgercene, degli errori nei
riguardi delle persone. Succede di desiderare che altre persone, nuove
forze, condividano l'impegno in parrocchia, ma nel momento in cui questo
avviene, capita che queste nuove persone, che ci si presentano davanti,
non sono come le avremmo desiderate: pensiamo che non siano all'altezza,
abbiamo dei dubbi sulle loro intenzioni sincere, abbiamo l'inconscia
paura che le loro capacità siano maggiori delle nostre e che possano
toglierci degli spazi che abbiamo conquistato con fatica e sacrificio.
Capita così che il gruppo dei laici più impegnati in parrocchia sia un
gruppo assolutamente chiuso che, invece di accogliere l'altro così come
faceva Gesù, indirettamente lo respinge ed egli, non sentendosi accolto,
si allontana.
"Quella coppia ci chiamava solo perché
voleva farci andare al gruppo, da quando abbiamo cortesemente detto che
non potevamo non ci chiama più, eppure ci sembrava che ci cercassero per
amicizia"
Un altro errore che facciamo è quello di voler avvicinare
le famiglie solo per farne delle persone impegnate in parrocchia, magari
per ingrandire il nostro gruppo delle coppie, per fare questo perdiamo
di vista il rispetto per la persona, perdiamo la possibilità di
stringere delle amicizie sincere che invece non debbono mai essere
finalizzate ad altro.
Domande per il dialogo
§
Posso affermare di aver
incontrato Gesù?
§
Lo so annunciare e
testimoniare agli altri, soprattutto ai figli?
3° incontro
Dall’innamoramento all’amore
1. Una cosa che capita
Facile, anzi elementare. Qualcosa che ha la semplicità di
un'evidenza che si impone. Tutti saremmo in grado di descriverne alcuni
connotati macroscopici. Allora proviamoci. Anzitutto l'innamoramento
capita. Non lo puoi prevedere né, tantomeno, programmare. La cosa è
dell'ordine di quegli avvenimenti che ti "prendono in contropiede":
imprevisto, a volte persino inopportuno.
San Tommaso nel suo De passionibus,
uno dei capolavori dell'intelligenza psicologica dell'umano che
neanche la psicanalisi ha reso inutile, ne parla come di una passio.
Etimologicamente il termine indica proprio un subire, un accusare il
colpo. E il sostantivo italiano affetto "prende a prestito" una
forma verbale passiva, usa- ta normalmente per indicare una malattia.
Dunque l'innamoramento mi accade, senza chiedere il permesso alla mia
liberta. Il mio io si imbatte, a tutta prima, in un tu che
lo attrae e ne subisce il fascino. L'innamoramento ha inizio in quell'attimo
di sorpresa stupefatta ed è già riconoscibile in questo sguardo. Esso ha
la stessa stoffa di quello del bimbo piccolissimo che, per la prima
volta; vede il volto della mamma chino su di lui o quello di Andrea e
Giovanni, mentre, sulla riva del Giordano, interrogavano Gesù di
Nazareth: «Maestro, dove abiti?» (Gv.1,38)
Qualcuno lo ha acutamente definito come
uno "stato di grazia": un evento da cui l'io è gratuitamente messo in
moto. Da tale trasformazione che subito affiora nello sguardo, è
investita tutta quanta la persona, come genialmente ci documenta Dante
descrivendo l'ultimo, definitivo incontro con Beatrice: «Men che dramma
di sangue m'è rimasta che non tremi: conosco i segni de l'antica fiamma»
Qual è, dunque, il segreto di una tale
potente attrattiva che invita a seguirla? È l'emergere di un'
affinità profonda, una sorta di armonia prestabilita. Così viene
destato il desiderio, quindi la tensione inesorabile al
possesso dell'amato, passaggio obbligato verso il gaudio.
Un brevissimo nota bene. Ciò che
fin qui ci siamo semplicemente limitati a registrare nell'esperienza
umana elementare la dice lunga su quella che Balthasar definisce natura
drammatica dell'io. L'uomo non è un essere statico, ma è sempre "in
azione". Non è una monade autosufficiente, ma rivela una strutturale
apertura verso l'altro, da cui dipende la sua realizzazione. Un
altro mi fa. Un altro mi compie. Quella degli affetti (non
dimentichiamo che affetti e lavoro sono
le due dimensioni in cui si esprime la vita come vocazione) è la prima
scuola per l'affascinante lavoro della conoscenza di se, che fa
la statura di un uomo.
Il primo livello dell'esperienza
affettiva ha dunque a che fare anzitutto con un dato: qualcosa mi
accade. In prima battuta si deve registrare una certa passività.
2. Ad un uomo libero
Qualcosa accade, ma non nello stesso
modo con cui può capitare ad un animale: qualcosa accade a me uomo
razionale e libero. In altri termini, dato che l'uomo è uno di anima
e di corpo {Gaudium et spes 14), la sua esperienza affettiva
affonda le radici sia nel terreno della realtà bio-psichica sia. in
quello della realtà spirituale. Se e vero che abbiamo in comune con gli
animali istinti ed inclinazioni, è altrettanto vero che noi siamo
chiamati a vivere le inclinazioni e gli istinti secondo la forma
specifica della nostra razionalità. Noi non mangiamo come i cani! Tant’è
che ne è nata una cultura, multiforme e spesso raffinata, della tavola.
Può capitare (e in un mondo spesso
confuso come il nostro non è difficile) che un uomo, a sessant'anni e
dopo trentacinque di matrimonio, s'innamori della segretaria di
vent'anni, più giovane del minore dei suoi figli. O, più semplicemente,
che una ragazza, dopo un fidanzamento pluriennale, giunta alle soglie
del matrimonio, "perda la testa" per un altro...
Il problema non è stracciarsi le vesti
perché è avvenuto, imputandolo subito agli interessati come una colpa,
ma essere leali con tutta la propria storia e le persone in essa
implicate, con tutti i fattori della realtà, interna o esterna all'io,
per decifrare il senso oggettivo di quel che è capitato.
Infatti l'orizzonte adeguato, che
permette all'io (ragione e libertà) di respirare "a pieni polmoni" e non
rinchiudersi asfittico fino a soffocare, è la totalità. La totalità
dell'io e della sua storia in costante paragone con la totalità del
reale. Anche se tale orizzonte può dare le vertigini e costare
sacrifici. Così, se sono sposato, un innamoramento non mi è dato per
rompere i definitivi patti già assunti. Se mai è vero il contrario! Mi è
dato perché nella rinuncia io impari ad amare di più e con maggior
verità anzitutto coloro con i quali mi sono già impegnato.
Dal travaglio della madre che mette al
mondo il suo bambino fino alla passione del Figlio di Dio «per noi
uomini», nelle esperienze affettive più profonde e radicali, una cosa
appare evidente: non c'è amore senza il passaggio della croce. In questa
prospettiva il sacrificio è la condizione positiva di quel dono di se
che ci realizza.
Iniziata sotto i segni di una certa
passività, l'affezione si rivela come la più impegnativa delle attività!
3. L’irrompere sulla scena dell'altro
La misura del desiderio umano (lo
abbiamo visto parlando della libertà) è la totalità. Dall'invincibile
ardore del grande Ulisse, fino al voglio tutto della piccola
Teresina di Lisieux, sono innumerevoli le testimonianze di questa
"magnanimità" (alla lettera: grandezza dell'animo) che, prima di essere
una virtù morale, è un incancellabile carattere della nostra natura
originale. Un connotato della nostra ontologia, direbbero i filosofi.
Misconoscerla o disprezzarla significa imboccare il tunnel dell'
insoddisfazione.
Poter essere definitivamente amati e
poter amare "per sempre": non c'è uomo o donna che non sentano la verità
affascinante e irresistibile di questa prospettiva. E che, d'altra
parte, non debbano ammettere la propria strutturale incapacità a
mantenerla aperta nel giudizio e nell'azione. L'infinito, ciò a cui il
nostro io anela con tutte le sue forze (davvero è capax Dei!),
non è alla nostra portata!
La soddisfazione non si trova sulla
stessa linea del compiersi pacifico del desiderio di essere
definitivamente amati. C'è uno iato da affrontare, un salto che implica
lo staccarsi da se per far posto all'altro. Qualcuno l'ha acutamente
definita “la strana necessità del sacrificio”: è la paradossale legge
evangelica del «perdersi per ritrovarsi». Siamo entrati, a questo punto,
nel campo dell'autentica gratuità. E non è un caso che il termine
abbia in se la stessa radice della parola grazia.
4. Una miscela esplosiva
Ogni giorno di più una campagna
massiccia e martellante, usando sapientemente tutti i canali
massmediatici (dagli spot pubblicitari fino alle "cattedre" più
autorevoli e frequentate: le rubriche degli esperti) ce ne convince. Per
salvaguardare l'inalienabile diritto alla tua auto-realizzazione tu devi
(è il nuovo imperativo categorico!) alimentare continuamente la fiamma
del desiderio moltiplicando indefinitamente le esperienze. Si cerca in
questo modo di afferrare li «per sempre» del desiderio sostituendo la
qualità con la quantità.
In altra occasione, tentando di
identificare i tratti più caratteristici della mentalità dominante circa
le dimensioni costitutive dell'io, ho definito il trend qui abbozzato
come clima erotistico pervasivo.
Esso prende alimento da tre radici della
storia dell'amore in Occidente rintracciabili nel libertinismo,
nel romanticismo e nell'attuale consumismo. Alla
originaria prospettiva libertina dell'amore che dichiara lecito ogni
rapporto sessuale tra il più forte e il più debole (un tempo il potente
signore poteva usare degli schiavi a suo piacimento} si sostituisce,
nell'ottica liberale, la variante che è lecito ogni rapporto sessuale
tra adulti consenzienti.
Abolendo la differenza sessuale si
abolisce l'altro che viene ridotto a corpo, una macchina per il
proprio piacere.
Di segno opposto (ma solo
apparentemente) è la concezione romantica dell'amore. Rifiutandone la
riduzione a puro meccanismo per la produzione del piacere, rivendica
spazio alla passione, all'irrompere assoluto e devastante (è
l'affermazione del binomio amore-morte) di un tu
irresistibile. L'amore è trattato come una malattia mortale,
da cui non ci si può, ne ci si deve, difendere. Ma l'analogia è per
difetto perché neanche davanti alla più aggressiva delle forme tumorali
ci si arrende con tanta facilità!
La cosiddetta rivoluzione
sessuale degli anni Sessanta ha esteso alle masse la forma
libertina dell'amore, mescolandola sapientemente con alcuni
elementi di quella romantica. Come brace sotto la cenere
tutto questo, coperto sotto la falsa idea di libertà
precedentemente tratteggiata, è oggi messo a disposizione di tutti, alla
stregua dei prodotti di un grande supermercato.
In tal modo la sinergia
tra la concezione libertina e quella romantica
dell'amore, amplificata dai potenti mezzi della civiltà della
comunicazione e dei consumi, dà luogo ad una miscela esplosiva
che può distruggere l'umano.
Domande per il dialogo
§
Come percepisco la mia
libertà? Mi sento libero di fronte agli istinti, ai sentimenti?
§
Mi pare che nella nostra
coppia ci sia innamoramento?
§
Siamo riusciti nello
stesso tempo a passare allo stadio dell’amore maturo?
§
Come influisce l’arrivo
dei figli in questo cammino? E la loro crescita?
4°
incontro
L’amore: qualcosa di evidente eppure inesprimibile
Abbiamo visto il
versante soggettivo dell'amore, descrivendo la modificazione che esso
provoca nell'io. Tentiamo ora di descriverne quello oggettivo: che cos'è
l'amore preso in se stesso?
Ma non senza prima
aver fatto un nota bene. Tutti i fenomeni elementari sono
complessi. Più difficili da spiegare che da vivere, dicevamo. Per questo
c'è sempre un primato della vita sulla dottrina.
Provatevi a definire cosa sia la
bellezza... eppure anche un primitivo o un analfabeta la sa riconoscere
a prima vista, tanto che, di fronte all'incanto del tramonto del sole o
del sorgere della luna (pensiamo alla novella di Pirandello "Ciaùla e la
luna"), cade in ginocchio, vinto dalla sua dolcezza. Così accade per
l'amore: «Nessuno tra i poeti ed i pensatori ha trovato la risposta
della domanda: "Che cos'è l'amore" [...] Volete imprigionare la luce? Vi
sfuggirà di tra le dita». Potremmo anche usare la parola mistero,
liberandola però da quelle incrostazioni (oggi tornate di moda) che la
identificano con l'ignoto, il territorio inquietante di forze
oscure, occulte, ostili all'uomo e restituendola al suo significato
cristiano. Mistero è qualcosa di reale che s'impone all'esperienza pur
sfuggendo alla "presa" dominativa della ragione. Insondabile, ma
presente e profondamente corrispondente al cuore dell'uomo (di qui la
sua semplicità).
«Si comprehendis,
non est Deus» dice sant' Agostino, riferendosi al Mistero per
eccellenza, che è all'origine di ogni più profonda esperienza umana,
in primis dell'amore. Come abbiamo visto, in forza della differenza
sessuale, l'io è spinto verso l'altro dal suo interno. Non
si tratta, anzitutto, di un problema etico. L'uomo, in prima istanza,
non va verso l'altro per dovere. Egli ci va strutturalmente (per un
insuperabile dato ontologico}. Dunque l'amore, in senso proprio, nasce
dall'obiettivo rapportarsi di un soggetto ad un altro soggetto.
Nessun uomo, se
vuol compiere se stesso, può prescindere dall'amore. Anche quando lo
abbia così sfigurato da scambiarne il vertice (il dono di se} con il suo
antivertice (l'odio}. L'altro è l'imprescindibile oggetto
dell'amore (l'espressione è ovviamente impropria se riferita alla
persona: l'altra persona è sempre un soggetto} .
«Amerai il
Signore, Dio tuo e il prossimo come te stesso» (Lc 10,27}. Nel
comandamento che sintetizza tutta la Legge ed i Profeti è visibile la
classica tripartizione degli oggetti dell'amore (se, il prossimo
è Dio}. A ben vedere poi, a livello di una riflessione generale come la
nostra, essi si lasciano ricondurre a due: amore di sé ed amore di Dio.
Infatti il comandamento ci dice che bisogna amare il prossimo
come se stessi, ma la tradizione ci insegna che la «ratio diligendi
proximi Deus est»: Dio è la regola ultima dell'amore del prossimo.
Chiarire che rapporto ci sia tra amore di se ed amore di Dio offre la
chiave per interpretare adeguatamente il significato e le relazioni fra
i tre oggetti dell'amore.
2. Amore
dell'altro e amore di se
Tra l'amore
dell'altro (e l'altro irriducibile, l'unico veramente tale, è
Dio) e l'amore di se c'è compatibilità o incompatibilità? Di più: è
davvero possibile amare l'altro di un amore gratuito, totalmente
disinteressato? Lewis, ad esempio, afferma: «Solo uno sciocco e uno
sfrontato avrebbe l'ardire di presentarsi davanti al suo creatore con
questa pretesa: "lo non vengo qui a mendicare; ti amo
disinteressatamente"».
Se, da una parte,
la totale abnegazione con cui Madre Teresa amava i poveri raccolti sulle
strade di Calcutta ci appare più degna del nome di amore
dell'esaltazione sempre un po' narcisistica degli amori adolescenziali,
dobbiamo ammettere che nel nostro Occidente emancipato il secondo
modello è sempre più diffuso! Anzi la sottolineatura egotistica è
talmente marcata che ogni scelta di sacrificarsi per l'altro è sentita
un po' con sospetto, come una minaccia al proprio bene-essere.
Talvolta questo tipo di amore-dedizione potrà essere rispettato, perfino
ammirato (sempre comunque nei termini di un fenomeno elitario,
inaccessibile ai comuni mortali), ma più facilmente verrà obiettato,
attaccato, perfino deriso (l'ostentato disprezzo -ma veramente tale?- di
Nietzsche per Cristo ha lasciato il segno!).
Prendendo a
prestito due termini della filosofia antica, tornati alla ribalta grazie
ad un fortunatissimo libro la domanda iniziale, ridotta all'osso,
potrebbe essere così riformulata: eros e agàpe, un
aut-aut?
Cominciamo con il
dire che la grande tradizione cattolica non ha mai contrapposto la forma
dell'amore che cerca la piena affermazione di se (eros), a quella
che, per affermare l'altro, accetta la piena rinuncia a se (agàpe).
«Charitas incipit ab ego-ne».
Nell'affermazione
forse un po' brutale ma profondamente realistica, di San Tommaso -che a
sua volta la riprende da Aristotele - la particella enclitica ne
ha valore rafforzativo. Enfatizza l'ego. La carità, cioè la forma
più sublime dell'amore (cfr. 1 Cor 13), incomincia dall'amare il proprio
io. Dunque la contrapposizione tra eros e agàpe non
appartiene alla sensibilità cattolica. Essa ha origine nella "theologia
crucis" luterana. Il modello supremo dell'amore, il Crocifisso,
dimostrerebbe, secondo Lutero, che
per amare è
necessario rinnegare se fino all'annientamento totale. Il peso dato alla
croce finisce per mettere totalmente in ombra la resurrezione.
Invece, per
conoscere il volto autentico dell'amore bisogna guardare al dispiegarsi
totale dell'esperienza umana di Cristo. Il modello supremo dell'amore è
certamente il Crocifisso, ma il Crocifisso risorto. Gesù, per seguire
l'intera traiettoria del proprio desiderio, accetta di inscriverlo
dentro la volontà del Padre: «non come voglio io, ma come vuoi tu» (M t
26,39b). E questa accettazione implica la sua adesione pienamente
consapevole. Ma rinunciando a se per aderire al Padre, Gesù sa che il
Padre si fa carico del Suo compimento. Ed in effetti il Padre Lo
risuscita.
Così, fatte le
debite distinzioni, è per noi. L'istintivo moto con cui l'uomo allunga
le mani per afferrare l'oggetto del proprio desiderio (come in modo
potente lo raffigura il genio artistico di Giotto nel suo «noli me
tangere») può sfociare nel più squisito atto oblativo di libertà, se
accetta che sia un altro a dettare le condizioni della propria
realizzazione. In questa scelta, capace di sacrificio, l'uomo gioca
l'inverarsi dell'amore di se nell'amore del proprio bene.
l' esperienza
quotidiana ce ne offre decine di esempi nel rapporto tra madre e figlio,
padre e figlio, uomo e donna, amico ed amico... Ogni volta che l'altro
ci mobilita colpendoci con uno sguardo, un sorriso, una parola, un
rimbrotto, una provocazione, un'intuizione... immediatamente ci
protendiamo verso di lui nel desiderio del compimento, ma un istante
dopo siamo tentati di strumentalizzare il tutto, incapsulandolo in un
disegno nostro. Invece solo se accettiamo il sacrificio di lasciare
essere l'altro come altro, ridimensionando la nostra spinta egotistica,
possiamo raggiungere il compimento del nostro desiderio. Ma non bisogna
scandalizzarsi di questo doppio movimento della libertà, rintracciabile
in ogni nostro atto.
Per dire io devi
auto-possederti. Ma questo autopossesso, subito dopo, deve fare i
conti con la necessità dell'uscita da se, dell'andare verso
l'altro, oggetto o persona che sia. Due forze (una centripeta ed una
centrifuga) sono sempre in gioco in ogni atto della libertà e, a
fortiori, in quello più personale: l'amore.
Il problema a
questo punto potrebbe essere così riformulato: qual è la strada che
consente l'attuazione del proprio bene oggettivo evitando la caduta
nell'egoistica pretesa del realizzarsi da se?
La risposta ce la
suggerisce, ancora una volta, Gesù: «Chi cercherà di salvare la propria
vita, la perderà, chi invece l'avrà perduta la salverà» (Lc 17,33). È il
segreto dell'evangelica povertà dello spirito. È, per coloro cui è data
la grazia di riconoscerlo, la " direttissima " verso il definitivo
possesso dischiusa dalla verginità consacrata. «Chiunque avrà lasciato
case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi, per il
mio nome riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna»
(Mt. 20,29).
3. Da venere alla
Trinità: è sempre amore
La strada
dell’amore ci chiede quindi di seguire il desiderio fino in fondo: dal
territorio ben noto dell'affezione naturale fino a quello, misterioso
eppure irresistibile, dell'infinito, accettando il passaggio inevitabile
dal territorio del sacrifico di se. La Trinità, creando l'uomo, vi
imprime fin dai suoi più elementari dinamismi biologico-istintuali e fin
nelle pieghe più recondite della sua affettività un movimento ascendente
che lo spalanca verso la sua natura trascendente.
Per cogliere
qualcosa del mistero dell'amore è dunque necessario riconoscerne la
costitutiva struttura analogica (il prefisso greco ana significa
in su e rimanda al movimento ascendente cui abbiamo fatto cenno).
Così dopo avere
esplorato, per sommi capi, l'ampia plaga dell'amore, indagandone la
dimensione orizzontale, ora, utilizzando il faro dell'analogia, proviamo
a gettare un fascio di luce, sia pure per pochi istanti, sulla sua
profondità, illuminandone la dimensione verticale.
Per questo non
sarà inutile, anzitutto, spendere qualche parola sullo stesso termine
analogia. Esso fa riferimento ad un approccio conoscitivo che
consente di trattenere sotto la stessa categoria realtà tra loro
distinte che, pur differenziandosi talora anche radicalmente, hanno in
comune alcuni caratteri. Se io, ad esempio, posso dire: «Dio, l'uomo,
l'animale, l'albero, il sole, questa penna.. sono (esistono)»,
significa che posso trattenere tutte queste realtà sotto la stessa
categoria di essere. Pur nell'ovvia constatazione che Dio non
è nello stesso modo in cui è l'uomo, o che di te non posso
dire che sei nello stesso modo con cui lo affermo di questa
penna, tuttavia devo riconoscere che Dio, l'uomo, questa penna, come
tutte le realtà, hanno in comune l'essere.
L'analogia,
dunque, lungi dall'essere uno schema linguistico o mentale che noi
applichiamo alla realtà, ci permette di cogliere la realtà e di
coglierla in profondità.
L'uomo è un
microcosmo che, in qualche misura, ripropone in se l'intero macrocosmo.
D'altra parte, come abbiamo visto, Dio ha voluto imprimere in lui la
propria immagine, collocandolo in una situazione di ponte tra il
Creatore ed il resto del creato, tra l 'Infinito ed il finito.
Tornando allora
alla questione centrale, quella dell'amore, chiediamoci se e perché, in
base al principio dell'analogia, si possano abbracciare tutte le
possibili manifestazioni dell'amore.
Già il grande
Tommaso aveva parlato di amor naturalis persino a proposito degli
esseri inanimati. Ogni ente, anche questo tavolo, in quanto tende a
permanere nella sua essenza, possiede un'inclinazione intrinseca al suo
Fattore «<Colui che dà a tutti la vita e il respiro ad ogni cosa», At
17,25b), che lo trattiene nell'essere, secondo il grado che lo
contraddistingue.
«O amore che sei
tale anche quando divieni completamente degenere» scriveva Guglielmo di
Saint-Thierry. E Lewis lo rincalza, nel suo arguto saggio I quattro
amori, rivendicando il diritto di tutte le espressioni dell'amore ad
essere definite con un'unica categoria. Anche la forma più degradata
dell'amore mercificato, che egli chiama venere, non cessa di
possedere, sia pur gravemente sfigurati, i tratti dell'amore e così deve
essere chiamata. Il fatto che l'amore si attui in gradi che possono
presentare una differenza abissale, non impedisce loro di mantenere, in
tutte queste flessioni, il nome di amore.
Nella vasta gamma
degli analogati l'amore tra l'uomo e la donna (l'amore nuziale) ha un
ruolo paradigmatico: dal livello della vita animale a quello umano, su
su fino all'ineffabile vertice della Vita divina, sempre sono in qualche
misura rintracciabili i lineamenti costitutivi del mistero nuziale:
differenza, dono di se e fecondità. Se il livello più basso della
vita animale si esaurisce nell'intracosmico e perciò l'accoppiamento di
due animali mette in campo una differenza sessuale che è pura
genitalità, la sessualità umana, pur radicandosi nell'intracosmico, lo
supera e svetta verso il trascendente, aprendosi alla forma più alta
dell'amore trinitario in cui la differenza tra le Persone divine vive
dentro la più perfetta unità, In questo caso l'inesauribile apertura
all'Altro è eternamente feconda, Ma la diversa natura della differenza
negli animali, nell'uomo e in Dio imposta, come vedremo, un diverso
concetto di fecondità.
«Per mezzo di Lui
tutto è stato fatto» (Gv 1,3 ), Se creando Adamo il Padre ha in
mente Cristo, così dando vita alla coppia Adamo-Eva ha in mente la
coppia Cristo-Chiesa.
La verità della
nuzialità si dispiega allora totalmente nel momento in cui, compiendo il
gesto dell'estrema offerta di se sulla croce, Cristo genera la Chiesa,
sua sposa, In tal modo egli inaugura la nuova e definitiva modalità di
vivere quell'originaria apertura all'altro che è l'inconfondibile
cifra costitutiva dell'amore,
Tutta la Bibbia
trabocca della categoria della nuzialità: dall'Antico Testamento, con le
stupende pagine del Cantico dei Cantici, di Isaia, di Geremia, di Osea",
fino al libro che conclude il Nuovo, l' Apocalisse, in cui, per indicare
il destino di gloria che ci aspetta in Paradiso, viene utilizzata
l'immagine delle nozze dell'Agnello. E non è certo un caso che l'ultima
pagina della Sacra Scrittura si chiuda sulla struggente invocazione
della
Sposa al proprio
Sposo: «E lo Spirito e la Sposa dicono “Vieni Signore Gesù” (Ap
22,17,20)
La dimensione
nuziale del mistero dell’amore ci consente di penetrare tutte le sue
espressioni: da quella degenerata fino a quella sublime che vive
nella Trinità. Attraverso il mistero nuziale l'amore sfolgorante di
Dio non cessa di offrire all'uomo la possibilità del “per sempre”, cioè
di compiere il proprio desiderio.
Anche quando
l'uomo si smarrisce nei territori confusi dell’egoismo colpevole, il
Padre per grazia, continua ad elargirgli la possibilità di ritrovare la
strada della felicità. Dobbiamo solo accettare il libero e benefico
sacrificio del cambiamento, domandando il perdono
Domande per il
dialogo
§
Definire l’amore è quasi impossibile. Ma come lo posso descrivere?
§
Secondo me, quale è il rapporto tra Eros e Agape?
§
Come posso vedere la mia
vita spirituale nella “categoria della nuzialità”?
§
La nascita e la crescita dei
figli, come influiscono sulla nostra comprensione di cosa è
l’amore?
5° incontro
La promessa dell’amore per sempre
Anzitutto un breve
nota bene sul sacramento, nel cui orizzonte si svolgerà tutto il
capitolo. Non è difficile che, dicendo sacramento (e, tanto più,
sacramento del matrimonio), molta gente oggi pensi ad una sorta di
cornice (riti, formule, tradizioni) aggiunta ad una partita che si gioca
tutta tra i due sposi. Invece il sacramento mette in campo un terzo
"giocatore". E non si tratta di una comparsa, ma di Gesù Cristo, Colui
che rende possibile lo svolgimento della "partita" stessa. Il sacramento
mette in campo la libertà infinita dell'Unico capace di condurre la
libertà finita dei protagonisti alla vittoria. Di salvare il contenuto
della promessa inscritta nell'amore. Essa appare connotata da tre
tratti irrinunciabili: la stabilità, il carattere pubblico dell'amore e
la fedeltà.
a) Un legame
stabile: «Chi si ferma è perduto» sembra essere il motto di questo
nostro mondo ossessionato dal cambiamento, calamitato dalla novità.
Tutte le cose invecchiano in un giro di tempo sempre più breve e si deve
cambiare. Dall'auto, al PC, al cellulare...
In un simile
contesto parlare di stabilità appare fuori luogo e fuori tempo. Eppure è
il per sempre che esalta il desiderio ed apre la strada
all'autentica soddisfazione. Quando hai incontrato qualcosa che ti
corrisponde profondamente non hai il problema di abbandonarla, ma quello
di non perderla più. Perciò novità non è frenesia di cambiamento, ma
l'approfondirsi di quella bellezza che ti ha conquistato all'origine.
Non per nulla uno
dei pilastri della Regola di san Benedetto su cui si è costruita la
civiltà europea è la stabilitas. Il grande Abate ha parole
durissime contro i monaci irrequieti e volubili, che cercano tutte le
scuse per allontanarsi dall'abbazia, perché l'evasione è la grande
nemica della libertà.
b) Un legame
pubblico: «E tutto il mondo fuori». Ancora una volta i testi dei
cantautori fanno da cassa di risonanza ad una modalità sempre più
diffusa di concepire e di vivere il rapporto tra l'uomo e la donna.
Un'enfasi emotiva ed intimistica è posta sulla coppia e il legame tra i
due viene vissuto come un fatto privato, lasciato all'arbitrio assoluto
delle loro libertà. Non è difficile scorgervi la riduzione tutta moderna
della libertà alla pura possibilità di scelta. Quella di un uomo
che non riconosce nulla all'infuori di se e della propria misura breve
ed immediata.
Ma è un gioco
pericoloso in cui è sempre in agguato il rischio di distruggere ciò che
all'inizio si voleva a tutti i costi affermare. Partito con
l'intenzione di difendere l'autenticità del rapporto da ogni "ingerenza"
esterna non fa che infragilirlo, L'usanza, rintracciabile da sempre in
tutte le società, di dare un riconoscimento pubblico all'amore che nasce
tra l'uomo e la donna {dalla consegna dell'anello, alla presentazione
ufficiale alle famiglie d'origine, fino alla celebrazione del vero e
proprio patto del matrimonio) è la potente trascrizione simbolica di
un'istanza profondamente umana.
Ciò che non è in
qualche modo suggellato pubblicamente è avvertito come ancora acerbo e,
perciò, precario, insicuro. li protrarsi fin dentro la condizione adulta
del segreto adolescenziale dei primi innamoramenti segna una allarmante
battuta d'arresto del naturale processo di maturazione del rapporto
affettivo tra l'uomo e la donna. Infatti il passaggio dall'innamoramento
all'amore implica naturalmente il passaggio dall'esaltante scoperta di
una totale reciprocità all'assunzione di una responsabilità di
costruzione comune. L'amore tra l'uomo e la donna è pubblico perché
destinato ad edificare, attraverso il matrimonio e la famiglia, la
società e la Chiesa.
c) Un legame
fedele: «Vi sfido (non mi stanco di ripetere ai giovani) a dire alla
ragazza di cui siete sinceramente innamorati: "ti amo”, senza
aggiungere: “per sempre”. Potreste anche, subito dopo, essere assaliti
dal dubbio (a cui la cultura dominante porta mille rinforzi) di non
farcela a mantenere questa promessa. Eppure nessuna fragilità umana e
culturale riuscirà a strappare dall'amore umano la sua naturale
predisposizione al "per sempre". Del resto, come abbiamo visto, è la
struttura stessa del desiderio a protenderlo verso l'infinito. Quindi la
fedeltà nell'amore tra l'uomo e la donna non è una fissazione
anacronistica dei cristiani, ma appartiene all'essenza dell'amore, ne
costituisce un irrinunciabile connotato. Tanto che, come acutamente nota
Von Balthasar, la sua mancanza è un sintomo inequivocabile della
mancanza dell'amore. “«Dove c' è infedeltà non c' era nessun amore”.
Dove c'è fedeltà non occorre che ci sia ancora amore. Il cuore può dire:
"Anche se non posso amarti, ti voglio essere almeno fedele". Ma il
legame della fedeltà porta sempre all'amore o, almeno, contiene nel suo
fondo, inconsapevole al cuore, al sentimento, il nodo dell'amore che
viene annodato al di là del tempo.
«L'uomo non osi
separare ciò che Dio ha unito» (M t 19,6b) Sempre, come vedremo parlando
dell'indissolubilità, la volontà di Dio, che Gesù è venuto a rivelarci,
si dimostra la più potente alleata della struttura originale del cuore
dell'uomo.
2. Fragilità e
grazia. Offesa e perdono
Ma l'uomo è
impotente a realizzare questa capacità d'infinito che fin dall'origine
connota il suo cuore. Non solo infatti la sua è la libertà di una
creatura e, come tale, è finita; ma è anche una libertà ferita dal
peccato.
«Vedo il bene e lo
riconosco, ma finisco con il fare il male» registra la saggezza di uno
scrittore pagano. E san Paolo la rinforza: «Non faccio il bene che
voglio, ma faccio il male che non voglio» (Rm 7,19). Tra il mio
desiderio e la sua soddisfazione c' è uno iato, una rottura che io non
riesco a ricomporre.
Dalla drammatica
contraddizione in cui si dibatte l'uomo, da solo, non riesce a
liberarsi.
C'è bisogno di
qualcuno che ci liberi dal male. Al grido dell'uomo, di quello di oggi
come quello di sempre, Dio risponde con le parole di inarrivabile
umanità della Liturgia della sua Chiesa: «Perché ti struggi d'amarezza?
Ti porterò io a salvezza, non temere. Sono infatti il tuo Signore, il
Santo d'Israele, tuo Redentore».
Il compimento del
nostro desiderio di amare e di essere definitivamente amati non è alla
nostra portata. La salvezza non giunge come l'esito di uno sforzo delle
nostre mani, ma come l'irruzione della forza di un Altro a cui devo dire
sì. Se alla perfezione della libertà non basta la scelta, perché
richiede l' adesione all'infinito, la massima esaltazione della
libertà passa molto di più attraverso la semplicità di un sì
continuamente rinnovato che dallo sforzo, anche eroico, della nostra
immaginazione e del nostro calcolo. Ne è una prova luminosa l'esperienza
umana di Maria e di Suo figlio.
Il percorso fatto
fin qui, esplorando il "guazzabuglio" -come direbbe il Manzoni- del
cuore dell'uomo, ci può ora aiutare a cogliere meglio il profondo
realismo e la totale convenienza di alcuni termini-chiave della nostra
fede come grazia e sacramento. Come dicevamo all'inizio
del capitolo, il sacramento non è qualcosa di astratto o di giustapposto
all'umano, ma piuttosto la sorgente inesauribile della sua verità, il
luogo paradigmatico di ogni gesto dell'uomo.
Bastino, come
esempio, due brevi cenni ai sacramenti dell'Eucaristia e della
Riconciliazione. L'Eucaristia è la perenne elargizione del dono totale
di se che Cristo ci fa fino all'offerta della propria vita. «Nessuno ha
un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv
15,13). Nella gratuità assoluta di Gesù c'è la polla sorgiva e la strada
per imparare, nella lunga pazienza del tempo, la verità dell'amore.
Il sacramento
della Riconciliazione è il segno concreto ed efficace che l'ultima
parola sul nostro male è misericordia. «Il mio cuore si commuove dentro
di me, il mio intimo freme di compassione» (Os 11,8b). «Si dimentica
forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio
del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece
non ti dimenticherò mai» (Is 49,15). Così il perdono diventa una
possibilità inesauribile. Mai forse come nel perdono vicendevole tra il
marito e la moglie emerge la novità assoluta del cristianesimo. La
grazia del sacramento introduce nel rapporto una sorta di "stima previa"
per cui io posso guardare all' altro non per quello che fa -fosse
anche l'offesa più devastante-, ma per quello che è. Cioè il
segno più vicino della presenza di Cristo alla mia vita. Uno che Lui ha
amato e per cui dà la vita, esatta- mente come per me. Ed è possibile
parlare di «ascesi dell' ammirazione, come volontà di riconoscere e
sostenere il bene che c'è nell'altro». Così l'autentico rapporto tra il
marito e la moglie rivela ancora, dopo molti anni, una crescente ed
insospettabile freschezza, perché non è seppellito sotto i detriti dei
limiti, delle resistenze e dei peccati propri e dell'altro. Anzi, la
grazia del sacramento fa sì che questi possano trasformarsi in fattori
di un cammino: gradini per la risalita verso la verità e non tomba che
schiaccia e uccide la vita.
Pensiamo, per
esempio, ad una moglie che -come succedeva forse più spesso un tempo-
abbia un marito ubriacone. Quella donna sapeva benissimo di doverci
viverci insieme per tutta la vita; non è che potesse molto illudersi
circa il suo cambiamento! Ogni due o tre sere se lo doveva veder tornare
a casa ubriaco e ricominciare daccapo... Dove trovava l'energia per
riprendere, ogni volta? In una dignità umana generata dalla fede. Perché
per quella donna era ovvio e fuori discussione che fosse più importante
il fatto che il Padre eterno le avesse affidato quell'uomo per tutta la
vita della capacità di suo marito di non ubriacarsi più... E questa sua
scelta alla fine si rivelerà tutt'altro che disumana.
Certo una
magnanimità così può apparire oggi come un miraggio. Invece, per usare
la parola più adeguata, è un miracolo. Il miracolo della fedeltà! Il
miracolo dice infatti l'irrompere dentro l'umano di un fattore nuovo,
capace di modificarlo radicalmente, introducendo un cambiamento
inspiegabile con i puri fattori antecedenti. Il miracolo è l'irrompere
del divino dentro l'umano. La fedeltà matrimoniale, in forza del
rapporto tra Cristo Sposo e la Chiesa Sposa, è via normale per questo
miracolo. Siamo, ancora una volta, tornati sulla soglia del sacramento.
3. Il
matrimonio
«Et
Verbum caro factum est» (Gv 1,14).
L'Incarnazione, il
fatto che il Figlio di Dio -l'Onnipotente, l'Infinito, l'Eterno- sia
entrato nel grembo di una donna e si sia fatto uomo è, senza ombra di
dubbio, il più grande miracolo di tutti i tempi. La logica
dell'Incarnazione continua nel sacramento. «In questo sta l'amore: non
siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il
suo Figlio unigenito nel mondo come vittima di espiazione per i nostri
peccati» (1 Gv 4,10). Alla radice del bene che i due sposi si vogliono
c' è il bene che Dio Padre, in Gesù, vuole loro. li dono perfetto fino
all'offerta totale di se di Cristo-sposo alla Chiesa, sua sposa, dà
forma al dono del marito a sua moglie. In un certo senso si può dire
che, servendosi dell'argilla del loro amore umano, lo riplasma. E lo fa
a immagine e per opera del «dono dei doni»: lo Spirito Santo.
L'insopprimibile
spinta all'unità, posta dal Creatore nell'uomo e nella donna fin
dall'origine «L'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua
moglie. E i due saranno una sola 'carne», Gn 2,24) può realizzarsi
pienamente in forza della stretta di Cristo che li fa una cosa sola con
Lui. «Che siano una sola cosa, come tu, Padre sei in me e io sono in
Te» (Gv 17,21b). Nella preghiera di Gesù al Padre l'aspirazione di ogni
uomo a diventare una cosa sola con la persona amata trova sicura
garanzia.
Questo rende ragionevole, realistico e
profondamente umano che uno dica all'altra: <do prendo te [...] e
prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella
salute e nella malattia e di amarti e di onorarti per tutti i giorni
della mia vita». Fare questa promessa prima di poter conoscere quello
che verrà -e la vita può riservare anche sorprese molto drammatiche!-
non è affatto una follia perché essa appoggia sul gesto di Cristo. Se
infatti la consegna totalmente incondizionata di se all'altro dovesse
far leva unicamente sulla propria capacità di costruirla nel tempo,
forse nessuno -nemmeno il più morale tra gli uomini- potrebbe liberarsi
del tutto dallo scetticismo. Invece, poiché «per l'obbedienza di uno
solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5,19b), io ho la speranza
certa che la promessa avrà il suo compimento. Non però meccanicamente,
in modo automatico, ma per la mia obbedienza a Lui, dentro le
circostanze concrete in cui Egli si farà presente alla mia vita.
Dio ha bisogno
degli uomini
proclamava il
titolo di un indimenticabile film di qualche decennio fa: non c'è grazia
fruttuosa senza l'assenso della libertà.
Come all'inizio
per entrare nella vita dell'uomo e salvarla, il Mistero che fa tutte le
cose ha avuto bisogno del sì di una ragazza di Nazareth, così
oggi per salvare l' amore dell'uomo e della donna continua ad aver
bisogno del loro sì. Di quello pronunciato solennemente la prima
volta davanti alla Chiesa e di quello rinnovato ogni volta, nella
ferialità della vita quotidiana.
Domande per il
dialogo
*
Ho coscienza di
aver ricevuto un Sacramento, quando mi sono sposato, nel aule Cristo è
entrato realmente nella nostra vita?
*
Ho
ancora paura del “per sempre”? Lo considero innaturale? Lo considero
fuori moda?
*
Come
vedo l’Eucaristia e la Confessione in questo cammino di fedeltà “per
sempre”?
La venuta dei
figli ha saldato questa unione o l’ha resa più problematica?
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