Archivio documenti ed attività per la
Catechesi e la preparazione alla Cresima per adulti

 

1^ INCONTRO

APPROFONDIMENTO DEL VANGELO DI GIOVANNI (Cap.  3)

 

Ci faremo guidare dalle proposte di P. Silvano Fausti, stampate nel libro: “Una comunità legge il Vangelo di Giovanni”, Ed. Ancora; e presenti anche sul Sito: “www.gesuiti-villapizzone.it”

 

2,23 – 3,14  Le due affermazioni fondamentali sono: “Gesù deve essere innalzato” e “Il Padre ha tanto amato il mondo da mandare Suo Figlio”. Le religioni propongono uno sforzo per raggiungere la salvezza. Cristo invece insegna che siamo figli, dunque non dobbiamo fare sforzi, ma solo accogliere l’amore del Padre.  La fede ha vari livelli, dall’opinione di fiducia alla certezza che vale la pena fidarsi. Nel cristianesimo “Fede” non è uguale a “creduloneria”, ma a certezza, perché in Dio vale sempre la pena di fidarsi.

Nicodemo è un Fariseo, cioè una persona pia, che osserva la legge fin nei dettagli. Va di notte, perché l’uomo della legge è ancora nella notte. Fa un atto di fede in Gesù, ma non capisce ancora completamente, ed ha bisogno di illuminazione. Vede ancora il Messia come colui che fa osservare meglio la legge, e quando sente dire che non serve l’osservanza, ma l’essere figlio, il rinascere nella fede, rimane spiazzato. Il dialogo inizia con un equivoco, perché Nicodemo pensa solo ad una nascita fisica. Gesù invece dice che non importa una nuova nascita fisica, ma una nascita diversa, ad una vita totalmente nuova. Questa vita nuova avverrà non estirpando i malvagi, ma donando una realtà nuova essendo innalzato sulla croce, (come il serpente di rame di Mosè). Vedendo Dio che ci ama fino al dono di sé, senza punire i cattivi, capisco la vita nuova nell’amore. La persona è generata non solo quando inizia una vita fisica, ma quando sente di essere amata, accolta. E Dio ha amato così il mondo, cioè la realtà cattiva dell’umanità, perché per questa realtà cattiva si dona.

 

3,14 - 4,3: è un testo che mi spiega chi sono io e chi è Lui. Non ci sono racconti, ma solo due monologhi che servono per farci comprendere la realtà.

Gesù afferma che “bisogna” che Lui sia innalzato, sia nel senso di “glorificato”, sia in quello di “andare in croce”: i due sono sinonimi. E questa croce fa capire l’amore reale e concreto di Dio per il mondo cattivo. Dio è “giudice”, cioè sa giudicare bene, e giudica non condannando, ma nella misericordia. Uno vale quanto è amato: noi valiamo infinitamente, perché siamo amati infinitamente. E per avere la vita eterna dobbiamo affidarci a questo amore infinito del Figlio (e perciò del Padre che Lo ha donato). Dio rispetta la libertà dell’’uomo: ci dona l’amore, ma ci permette di non accoglierlo. La salvezza perciò è accogliere questo amore; se non l’accolgo, non sono salvo, ma per mia scelta, non per condanna divina; per passare dalla tenebra alla luce. Queste parole di Gesù restano senza risposta, perché l’uomo della legge non è ancora pronto a fare questo salto di qualità. 

Lo farà invece il profeta, Giovanni il Battista.  Sta battezzando, cioè sta proponendo il passaggio alla vita nuova, e non si sta rassegnando ad una vita più bassa. Si riprende qui questa figura, perché il suo compito è quello di indicare Gesù, ed in questo punto del Vangelo serve questa spiegazione. Giovanni si rimpicciolisce perché Gesù possa crescere nella fede degli ascoltatori

 

Alla luce di questo capitolo possiamo approfondire

§         il rapporto Legge – Vangelo: Gesù non è venuto ad abolire, ma a completare la Legge dell’Antico Testamento.  Questa risponde ad un atto pedagogico: ad un bambino si insegna la verità, ma non ancora tutta la verità. Questa si insegna progressivamente.  All’inizio Dio ha insegnato al popolo eletto la Sua unità (contro il politeismo diffuso nei popoli mediorientali); ha poi fatto vedere di essere il loro liberatore; ha poi dato la legge, cioè delle indicazioni su come comportarsi.  La spiegazione più completa del valore della Legge in confronto al Vangelo ce la dona Paolo nella Lettera ai Galati, 3,23-27 (Prima però che venisse la fede, noi eravamo rinchiusi sotto la custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo. Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo). La legge perciò mi fa vedere il bene e il male, ma non mi aiuta a vivere bene. La fede in Gesù invece non mi da più leggi (mi considera adulto, senza bisogno di un pedagogo), ma mi offre l’aiuto indispensabili per vivere nella libertà dei figli di Dio, cioè l’essere inserito in Lui, vivere l’intimità con la Sua Parola e la Sua persona nei Sacramenti.

 

§         significato della Croce di Gesù: una delle crisi di fede di molte persone nasce dal pensare al Padre come un “cattivo” che fa morire Suo Figlio.  La Croce di Gesù deve invece essere compresa bene, per due motivi:

  • il Padre anzitutto non vuole che l’offesa arrecatagli dal peccato dell’uomo sia lavata, ma vuole che sia perdonata nell’aiutare l’uomo a capire l’errore e ad emendarlo 

  • il Padre non ha bisogno del sangue per perdonare il peccato: né il sangue dell’omo peccatore, né quello di Suo Figlio che muore al posto suo

la croce di Gesù ha solo un valore pedagogico per noi: quando noi sentiamo dire da qualcuno che ci vuole bene, istintivamente vogliamo verifica l’amore di quella persona vedendo se è pronta ad un sacrificio per noi.  Dio ci dice che ci ama in modo infinito e perciò, per essere credibile, ce lo fa vedere in un modo infinito: ci dona la vita di Suo Figlio (e la vita del figlio è la cosa più grande che una persona possegga)

 

 

 

 

2^ INCONTRO

APPROFONDIMENTO DEL VANGELO DI GIOVANNI (Cap. 4)

 

Ci faremo guidare dalle proposte di P. Silvano Fausti, stampate nel libro: “Una comunità legge il Vangelo di Giovanni”, Ed. Ancora; e presenti anche sul Sito: “www.gesuiti-villapizzone.it”

 

Il brano della Samaritana ci fa compiere con lei un cammino di fede.  Il fatto deve essere incorniciato per comprenderlo bene: 

§         la donna viene a mezzogiorno perché ha paura che le alte donne la vedano, perché sa che la sua vita non è irreprensibile.

§         gli antichi patriarchi corteggiano le loro donne al pozzo, e Gesù fa altrettanto… vuole questa donna per sé, vuole portarla nel Suo Regno

§         centro del discorso è l’acqua, come tutto il Vangelo di Giovanni (Battesimo nell’acqua, acqua cambiata in vino, la rigenerazione dall’acqua e dallo Spirito, la piscina di Siloe… fino all’acqua e sangue usciti dal suo fianco sulla Croce)

§         “bisognava passare per la Samaria” (luogo di eresia e di mistura con il paganesimo). Non è vero geograficamente (per i Galilei c’era una strada che permetteva di non passare in Samaria) ma lo è dal punto di vista pastorale: deve avvicinare i lontani

§         a Sichem c’è la memoria di tutta la storia di Israele: c’è la tomba di Giacobbe e di Giuseppe, è perciò il luogo dell’origine di tutte 12 le tribù e della fraternità ricostruita

§         tutta questa storia può essere vista come Gesù che cerca l’essere umano, e l’essere umano che cerca tutte le scuse per non seguirlo

 

Tutta la vita dell’epoca era intorno al pozzo, e qui Gesù attende il lontano. Gesù è affaticato, perché cammina per sempre alla ricerca dell’uomo. Questa donna ha sete, ha il desiderio di vita, ha desiderio di amore (Gesù, sulla croce, dirà “Ho sete”); quando Gesù la incontra, non parte dal rimprovero, non si impone, come hanno fatto al pozzo Mosè o Giacobbe, con le donne che corteggiano; ma parte dal desiderio: “dammi da bere”. È un incontro tra due desideri. La donna comprende un equivoco, sente un corteggiamento, ed ha paura: il primo modo per difendersi è quello razziale (io sono samaritana e tu giudeo). 

Gesù ammette che c’è un corteggiamento, che vuole dare qualcosa che va oltre i suoi desideri materiali: l’acqua viva. La donna risponde con sarcasmo: “tu non hai da attingere”. C’è un equivoco, perché Gesù parla di un’altra dimensione, e vuole che la donna possa scoprirla.

L’essere umano desidera sempre di più, e Gesù vuole che l’uomo possa capire il proprio desiderio, poi vuole appagare questo desiderio: l’uomo desidera Dio, perché desidera l’infinito. Gesù fa capire che il dono che fa non è statico, ma dinamico: è fonte di altri doni (è la gioia che rende bello tutto nella vita). La reazione della donna è ancora nell’equivoco, è ancora materiale (“perché non venga più ad attingere”); il suo desiderio si sta affinando, ma è ancora incompleto.

A questo punto Gesù le chiede di chiamare il marito, per farle capire che lei è ancora in ricerca del vero amore, che non ha ancora trovato. Gesù non rimprovera l’immoralità, ma mette le condizioni per capirla e combatterla (ricordiamo comunque che la donna non poteva divorziare, ma solo l’uomo poteva ripudiare, dunque lei era stata ripudiata, tradita, 5 volte). Ci fa capire che la nostra sete è più grande delle nostre possibili ricerche materiali, e ci fa desiderare queste realtà superiori. Questa donna ha sei mariti, le manca il settimo, Dio.

La donna capisce che Gesù è profeta (denuncia il male ed offre la via per il bene), ma si difende ancora da Lui portando il discorso sul piano di litigio teologico, tra Samaritani e Giudei (parla di adorazione: tutti noi adoriamo qualcosa, e continuiamo a cercare l’oggetto della nostra adorazione, quello che ci riempie di gioia).  Gesù però, che ha la vera sete (quello di portare il settimo marito), non cade nella discussione, e continua nell’aiuto per scoprire e ricevere il vero dono (parla dell’adorazione, chiamandola “donna”, cioè “moglie”, perché da questo momento lei ha trovato il vero marito, che non la tradirà ed abbandonerà mai.  E questo marito si trova dentro di sé, e non nella materialità. Perché il Padre cerca questi adoratori che capiscono il Suo amore e lo diffondono amando i fratelli).

La donna si difende ancora dal corteggiamento, rimandandolo al futuro (“il Messia verrà”). È facile presentarsi come Messia (basta promettere la felicità): Gesù non si manifesta autoproclamandosi, ma facendo azioni, in modo che gli altri lo riconoscano come tale. Solo ora, che la donna è pronta, Gesù le dice di essere il Messia (apice del processo di fede).

 

Tornano gli apostoli, e si stupiscono, anche per loro c’è l’equivoco materiale e razziale. La donna torna in città, e parla a tutti della gioia di aver trovato l’acqua viva: lo dice senza paura, parlando dei propri limiti, dei propri desideri.  Gli apostoli lo invitano a mangiare (l’acqua è elemento femminile, materno, perché dà la vita; mentre il pane è maschile, paterno, perché mantiene la vita.  Questo argomento sarà sviluppato nel cap. 6)

La folla crede in lui, spinti dalla donna, e poi avendolo udito personalmente. La fede è fare lo stesso percorso della donna: ascolto, comprensione, decisione.

 

Dopo il fatto della Samaritana, c’è il miracolo del figlio (o servo) del funzionario del Re. È un insegnamento per le persone che non vedono Gesù, perché di altra epoca: il funzionario crede anche se non vede personalmente il miracolo Gesù.   Si parla di lui prima come “Funzionario”, poi come “uomo”, poi come “padre”; e si parla del figlio prima come “servo” poi come “figlio”.  Tutto questo è un invito a fare un cammino, per diventare noi stessi davanti a Dio.  Il fatto avviene in Galilea, perché la Giudea (patria delle istituzioni fine a se stesse e non a servizio delle persone) non lo accoglie. Quest’uomo ha udito di Gesù, perché la fede nasce dall’udire di Lui. Poiché ha un desiderio di vita, cerca Gesù. Chiede a Gesù di scendere a Cafarnao per aiutarlo. Ma Gesù non scende con lui, ma fa il miracolo a distanza: insegna la vera fede che non è chiedere segni, ma credere sulla parola (i tre gradi della fede: chiedere segni per credere, vedere e credere, credere senza vedere). Ed il padre crede, e la sua fede aumenta quando viene a sapere del miracolo avvenuto.  A differenza dei Sinottici, Giovanni non fa elogiare la fede del Funzionario, ma fa vedere la fede a distanza, sulla parola, perché vuole insegnare questa fede vera a chi deve basarsi sulla Parola trasmessa dagli Apostoli, senza vedere Gesù.

Giovanni spiega che questo è il secondo segno. Poi non li enumererà più, significa che questi due sono il modello di tutti: offre il segno dell’amore (il vino) ed il segno della fede senza vedere.

 

Alla luce di questo capitolo possiamo approfondire

§         la ricerca dell’uomo da parte di Dio:  Dio cerca l’uomo, anche se l’uomo lo sfugge e non si vuol far trovare. La Bibbia ci presenta questo fin dall’inizio (Dio che cerca Adamo, che si nasconde dopo il peccato). Gesù è il segno più grande di questa ricerca: il Padre che addirittura manda il Figlio secondo natura e lo chiama alla croce, pur di salvare il figlio adottivo che è l’uomo.

§         l’acqua come elemento che dà la vita, e Gesù come Colui che ce la dona in modo pieno: il simbolo dell’acqua, molto compreso dai popoli del deserto, è preso da Gesù per dirci che Lui è l’acqua viva, cioè colui che dona la vera vita. La differenza tra l’acqua del pozzo, che deve essere attinta ogni giorno per mantenersi in vita, e la Sua, che è eterna, ci insegna la distanza enorme tra la vita puramente materiale e quella spirituale.

§         le nostre ricerche di scuse per non seguire Gesù: è bello vedere le scuse della Samaritana per sfuggire alla “corte” di Gesù (la differenza etnica, il sarcasmo, la materializzazione del discorso, il nascondersi nella menzogna, il girare tutto in un discorso astratto, il rimando al futuro), e come Lui non molla, ma continua a cercarla per portarla alla luce. È fondamentale per noi individuare le nostre “scuse” perché solo dopo che le avremo superate il Signore ci donerà la Sua acqua viva.

 

 

 

 

 

3^ INCONTRO

APPROFONDIMENTO DEL VANGELO DI GIOVANNI  (Cap. 5)

 

Ci faremo guidare dalle proposte di P. Silvano Fausti, stampate nel libro: “Una comunità legge il Vangelo di Giovanni”, Ed. Ancora; e presenti anche sul Sito: “www.gesuiti-villapizzone.it”

 

 

1-8  Il brano presenta un uomo bloccato, e poi una discussione sul senso della legge. Il nostro problema è quando la legge ci blocca nel nostro cammino verso il Signore.  La pienezza della vita non è data dall’acqua umana: né quella del pozzo (cap. 4), né quella della piscina (cap. 5) ma la dona Gesù di persona. Il racconto di questa guarigione infatti serve per guarire noi dalla visione errata della legge, del rapporto con Dio. 

I racconti di Giovanni si snodano sulle feste dei Giudei, ed in ognuna di queste Gesù ci dà una visione nuova delle feste, perché sarà Lui stesso il senso della festa. Questa piscina è il luogo dove si radunano persone malate, escluse dal Tempio: Gesù non va nel Tempio, ma va da questi esclusi, che sperano in una guarigione “magica”. È Gesù che si avvicina al malato (in Giovanni nessuno dei malati chiede personalmente di guarire), e lo vuole guarire anche nel suo intimo, vuole far in modo che non si identifichi con il proprio male, ma che scopra la bellezza della vita. Gesù chiede perciò “vuoi diventare sano?”, perché prima di agire vuole stimolare il desiderio dell’uomo. Quell’uomo è scoraggiato, nessuno lo accompagna, e si è assuefatto al suo ruolo di infermo. Gesù lo stimola invece a muoversi, a prendere la sua barella e camminare, e gli dice “svegliati!” la parola stessa che riguarderà la resurrezione. Questo  avviene di sabato, perché l’uomo, creato il sesto giorno, deve camminare verso il settimo, verso il dono della vita di Dio.  I Giudei non vedono la gioia della vita, ma il peso della legge, e non gli vogliono permettere di portare la barella. È proprio sull’interpretazione della legge che si gioca la nostra vita cristiana. Il guarito afferma che è colui che lo ha guarito che gli ha detto di portare la barella (lo ha guarito perciò anche spiritualmente, gli ha insegnato il vero senso del sabato). Quest’uomo, ora guarito, può entrare nel Tempio. E lì riconosce Gesù, che lo invita a non peccare più, a togliere cioè il vero peccato della sua vita: la mancanza di speranza, l’essersi rassegnato alla morte.  Davanti a questo dono di vita, i Giudei reagiscono volendolo uccidere (i due problemi davanti alla legge: chi ha potere sulla legge condanna chi non la segue; il popolo che la subisce è scoraggiato, e si annulla davanti alla legge)

 

14:  9-30  (14)  L’approfondimento di Gesù spiega il “fare” del Figlio (8 volte c’è la parola “Figlio” e 7 “Padre”).  Il rapporto Padre-Figlio si esplicita in una serie di verbi: fare, vedere, amare, mostrare, far vivere, inviare, dare, uscire…  In queste realtà si gioca la vita dell’uomo, perché è da questo rapporto con Dio che parte la nostra vita.

Inizia parlando con autorità “In verità vi dico”, e vuole portare la libertà e la verità del rapporto col Padre. Le parole di Gesù sono chiare, ma questo concetto non è chiaro all’uomo, anzi, istintivamente vede l’opposto. Anzitutto spiega che il Suo fare non è Suo, ma è del Padre: se rifiuto la mia identità di figlio non sono più me stesso, e la mia vita è un nulla, ed è destinata a  finire nel nulla (il nichilismo contemporaneo). Il Padre ama il Figlio, ed è naturale, anche se l’uomo ha bisogno di sentirselo dire per crederci realmente. E l’amore non è un vacuo sentimento, ma è realizzare il Figlio e donare pane, luce e vita (quanto spiegheranno i capitoli 9-10-11). Approfondisce qui anzitutto il dono della vita (Resurrezione) e la vita si accresce col dono dell’amore. Gesù parla di questo dono a chi lo vuole uccidere, perché capisca la grandezza del Suo rapporto col Padre, che si manifesta nel fare le opere del Padre. 

Parla poi del giudizio del Padre, e dunque del Figlio. Questo giudizio è la conseguenza del “fare” del Figlio. Il Padre non giudica nessuno, perché è Padre che ama il peccatore, ma non ama, e dunque giudica, il peccato.  Ha lasciato questo giudizio al Figlio, che si comporta come Lui, che perciò si sente Figlio, si sente amato, e sa trasmettere a tutti questa accoglienza risvegliando i morti (cioè le coscienze narcotizzate, che non riconoscono il Padre come Padre) senza giudicare le persone. Ogni Figlio onora il Padre se lo ascolta, perché solo così può compiere la Sua volontà. Chi ascolta è sottomesso al giudizio di Dio, cioè capisce il senso della vita, risorge da morte. E questo avviene “ora” (per Giovanni il termine “ora” è sempre legato alla Croce, perché è lì che si vedrà il senso completo della vita), e non solo alla fine (il cristianesimo è legato all’adesso, nel passato o al futuro ha solo delle indicazioni).  Il Figlio ha la vita del Padre, e noi, che siamo diventati figli nel Figlio, abbiamo la stessa vita, perché il giudizio di Gesù è la Croce, cioè è il “dare la vita”. E questa vita la dà a tutti, senza incidere sulla libertà di nessuno (chi vuole vivere il male, lo può fare e può restare nella morte; ma questa non è la volontà del Padre, e dunque non è il giudizio di Gesù: è scelta nostra).

Al termine ribadisce che non può agire da solo, ma solo in quanto Figlio del Padre. E vive perciò il giudizio che ascolta dal Padre: cioè sa dare la vita, togliere l’egoismo per sostituirlo con l’amore e la libertà.

 

31-47 In questo brano c’è 11 volte la parola testimoniare – testimonianza. Se la testimonianza è vera produce libertà e salvezza, se è falsa produce morte. Gesù denuncia la nostra incredulità, che è un non accogliere la Parola e dunque non amare.

Per farci capire la Sua verità, Gesù esibisce dei testimoni: il Padre, il Battista, le sue opere, Mosè. Gesù ci parla del Padre (lo chiama “Altro”), perché solo Lui conosce l’amore che Lo unisce al Figlio. Poi parla di Giovanni, che come tutti i profeti è una persona che guarda a Dio per capire cosa dice, non con la schiavitù della legge, e poi all’uomo per vedere come può vivere la Parola. Poi ancora delle Sue opere stesse, che liberano l’uomo, gli danno vita e libertà, fanno capire che si è figli amati e non giudicati.

Li invita allora a mettersi in ascolto per vedere ed ascoltare il Padre, facendo loro capire che hanno dentro un’altra parola, non quella di Dio, per cui non riescono a riconoscerlo. La Parola è capita se il cuore è unito a chi parla; la Scrittura ha senso solo se vedo Dio come Padre, se no è un libro da studiare, ma non fonte di vita. L’uomo non vuole la vera gloria (in greco doxa, cioè impressione degli altri su di me) cercando cosa Dio pensa di lui, ma cerca invece che gli altri ipocritamente lo considerino bene. Il punto culminante di questa difesa di fronte ai Giudei è chiamare Mosè e la legge a testimone: Gesù può essere capito solo come manifestazione della promessa di Dio. È vero anche l’opposto: se non si accoglie Cristo, non si capisce tutta la Scrittura, che parla di Lui.

 

Alla luce di questo capitolo possiamo approfondire

§         la comprensione del nostro essere figli: se si negano le proprie origini, si è senza radici, dunque si muore. L’essere figli significa perciò essere noi stessi, con la coscienza che non siamo un assoluto (l’uomo di oggi, dopo Nietzche, lo vorrebbe essere, senza rendersi conto che invece così si degrada ad un “non essere”). Le proprie origini sono la madre, che dona la vita e le dà la tenerezza, e il padre, che mantiene la vita, e le dà la libertà, il taglio del cordone ombelicale. Il cristiano ha da “Dio Padre” ambedue questi doni, perché Dio è Padre-Madre: in quanto Madre ci dà la vita e la riempie della Sua tenerezza con la misericordia (ricordiamo il termine ebraico che indica le “viscere materne”); ed in quanto Padre ci mantiene la vita e ci dona la possibilità di essere liberi e maturi

§         la testimonianza cristiana: il cristiano è sempre anche missionario, testimone, perché i doni che riceviamo non sono mai solo per noi, ma sono anche da condividere. La testimonianza ha due passi: la parola e l’esempio. Ambedue sono indispensabili, perché senza parola l’esempio in genere è incomprensibile (non capisco perché lo fai), senza esempio la parola è ipocrita e non ascoltata.

§         la gloria di Dio: la parola “gloria” ha due significati diversi, in greco ed in ebraico. In greco “doxa” (= opinione) sottolinea di più il “cosa dicono di me”, dunque l’aspetto sociale. In ebraico “kabòd” (= peso) indica la realtà personale, il peso del mio essere.  Parlando di gloria di Dio intendiamo ambedue questi significati: il Suo essere personale, infinito, onnipotente, onnisciente…; ed anche l’aspetto sociale, cioè il fatto che conseguentemente è degno di essere amato, stimato “bene-detto” dall’uomo. In questo senso meta dell’uomo è la gloria di Dio.  Parlando della gloria dell’uomo, si comprende allora come dovremmo cercare il nostro vero essere, e non l’apparire, cioè cosa gli altri dicono di noi.  L’uomo invece in genere cerca la gloria che gli viene dagli altri e dal loro parere.

 

 

  

4^ INCONTRO

APPROFONDIMENTO DEL VANGELO DI GIOVANNI (cap.  6)

 

Ci faremo guidare dalle proposte di P. Silvano Fausti, stampate nel libro: “Una comunità legge il Vangelo di Giovanni”, Ed. Ancora; e presenti anche sul Sito: “www.gesuiti-villapizzone.it”

 

1-15  Il racconto comincia con le coordinate di spazio e tempo, e poi le soluzioni sul modo di trovare il pane.  Il pane è nominato 21 volte (su 25 di tutto questo Vangelo).  Questo brano, dopo la guarigione del malato alla piscina, ci insegna come vive l’uomo nuovo: la vita la dà l’acqua (la mamma), ma la mantiene il pane (il padre). La vita si riceve, ma si vive nella libertà (come si vuole).

Il luogo è al di là del mare (il nuovo Esodo) dove Gesù dà il pane vero, come Dio aveva dato la manna.  Il tempo è la Pasqua (siamo alla seconda della vita pubblica, quella prima della Croce e Resurrezione). E Gesù è seguito da molta folla. Come trovare il pane per tutti? Gesù lo chiede a Filippo con una domanda “trappola”, perché così lo costringe a dare la soluzione naturale, che però non è quella di Gesù: Lui non vuole l’acquisto, ma il dono. L’uomo infatti passa la vita ad accumulare il pane (denaro); invece Lui insegna a condividerlo, dunque a condividere la vita e la relazione. Andrea propone un’altra soluzione, la razione di un ragazzino, razione però per uno, non per 5000.  Questa razione è perfetta (7 elementi), e dunque ha in sé la possibilità di essere la soluzione definitiva.  Gesù infatti li vuole usare per un banchetto messianico, festoso (li fa sdraiare). Offre ora la vita nuova, condividendo questo pane, ed insegna che la vita nuova è dono ai fratelli. Sono le parole dell’Eucaristica, perché questa è la radice della nostra vita nuova (Giovanni poi non la racconterà, raccontando invece la lavanda dei piedi, sua attuazione).  Il sovrappiù è la certezza che dobbiamo continuare a condividere. I partecipanti invece non capiscono il sovrappiù, ma vogliono solo il pane gratis, un Dio che dona cose materiali, non che ci insegna il senso nuovo della vita. Per questo lo vogliono rapire; e Gesù non cade in questa tentazione messianica in senso politico-militare.

 

12-21    Segue poi questo racconto della tempesta, perché la vita è una lotta, ma c’è Gesù che sa camminare sulle acque, c’è un pane che ci fa vivere e combattere vittoriosamente.

Il fatto avviene la notte stessa, dopo una preghiera personale di Gesù, durante la quale sembra che abbia abbandonato gli amici. Sono però loro che l’abbandonano, perché “le tenebre li prendono” (non è solo perché è notte, ma perché nel loro cuore c’è la disillusione. E se ne vanno, prendendo non “la barca”, quella di Pietro, quella che rappresenta la comunità della Chiesa, ma “una barca”, una qualunque, pur di andarsene. Ma la situazione è disperata, perché c’è una tempesta. E Gesù non c’è (Giovanni lo sta dicendo alla sua comunità che non vede Gesù, anche se ha promesso di venire presto). Il brano ci insegna invece che Gesù c’è, nel pane avanzato, ma sono loro che non lo riconoscono. Dopo un po’ lo vedono camminare sul mare: sta portando la pace nella tempesta, sta insegnando il vero senso della vita. E con Lui raggiungono subito la terra, cioè il rapporto pieno con Dio (il verbo è quello usato da Giovanni per indicare la tensione di Gesù verso il Padre).  C’è in questo brano tutta la paura dell’uomo, tutti i suoi desideri, e la soluzione di questi problemi: camminare come Lui, con fiducia nel Padre ed attenzione ai fratelli.

 

22-40    Come la Samaritana vuole l’acqua viva, questi Ebrei vogliono ancora del pane. E Gesù spiega che nel pane condiviso c’è già la vita intera.

Il contesto è un insieme di barche alla ricerca di Gesù, ma ricerca materiale o sensazionale (soluzione dei problemi). Questo non stabilisce un rapporto di amore e mette Dio in condizione di sottrarsi, perché non si vuole presentare per quello che non è. Gesù infatti mette subito le cose in chiaro, in modo che poi possa spiegare bene le cose che Gli interessano: come cercare il vero pane condiviso. Ora lo spiega al futuro, perché inizia a parlare del dono del pane definitivo, cioè la Sua vita. Gesù promette infatti un altro pane, e così incuriosisce gli ascoltatori perché capiscano questo dono nuovo e definitivo. Gli Ebrei sono ancora legati alla loro tradizione, e ricordano quanto Mosè ha fatto con la manna. Partendo da questo Gesù spiega che questa è un segno, il Suo dono una realtà (non vuole più dare segni ormai, perché ha spiegato già la realtà). Ha attivato il desiderio, ed ora Gli chiedono questo pane, e finalmente Gesù fa la rivelazione definitiva: “Io sono questo pane”, Io sono, rivelazione divina, ha come attributo il pane, il cibo, il dono di sé.

 

41-59    Il problema è: come puoi dirti Dio, come puoi vivere da Dio? Gesù si presenta come Figlio, e dunque presenta Dio come Padre. Tutta l’Eucaristia ci insegna questo, perché Dio ci fa vivere, ci dona il pane della vita. Gesù si identifica con la Legge, con la Parola, da mangiare per vivere spiritualmente. Questo gli Ebrei lo possono capire, ma non riescono ad andare oltre, perché non riescono a capire che il pane è la Sua carne stessa. Gesù ribadisce più volte il concetto di mangiare (masticare) la Sua carne, perché vuole che la Sua umanità sia assimilata dagli ascoltatori (agire come agisce Lui). Similmente insegna con il “bere il Suo Sangue”, perché il sangue è vita, e perciò siamo chiamati ad avere la Sua vita in noi, che è già “vita eterna”, cioè “dimorare reciproco l’uno nell’altro” (Paolo dirà: “non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me”).

 

60-71  Il brano parla del credere e non-credere, e della difficoltà di capire la Parola. Però insegna anche il dono, che è irrevocabile, che è prima del peccato e rimane nonostante il peccato.  E Gesù fa capire che la fede non è credere che verrà un mondo nel quale tutti staranno bene, ma che noi dobbiamo costruire questo mondo, condividendo.

La gente se ne è andata, ma anche i discepoli hanno difficoltà a capire, e dubitano. Le proposte del Vangelo ci danno gioia e pace, e sono difficili; il mondo ci propone sopraffazione e violenza, e sembra bello: l’uomo ha un inganno dentro di sé, e Gesù fa di tutto per superarlo, e ci lascia un’Eucaristia che non è un culto, ma è un invito a “lavare i piedi”, a vivere la croce senza scandalizzarci (è sulla Croce che Lo vedremo “salire” presso il Padre, ed è dalla Croce che ci dona lo Spirito, cioè la vita). 

Poiché è difficile, molti si tirano indietro. E Gesù stimola i Suoi Apostoli ad essere coerenti (“Volete andarvene anche voi?”): la fede passa attraverso la crisi, e diventa piena quando è cosciente e coerente. Pietro aderisce alla Persona di Gesù, anche se ancora senza una fede piena: inizia a distinguere la Sua Parola dalle altre parole, ma la pienezza di questa comprensione sarà solo dopo la Pentecoste.

Termina con un accenno a Giuda, molto connesso al pane Eucaristico, sia perché è lui che prepara il pane Eucaristico (il corpo di Gesù che sarà offerto sulla croce) sia perché è chiamato come gli altri, ed è amato sia prima che dopo il tradimento.

 

Alla luce di questo capitolo possiamo approfondire

§         La condivisione con i fratelli (date voi stessi loro da mangiare): per Gesù il discorso sull’Eucaristia è legato intimamente a quello sull’amore dei fratelli, perché siamo chiamati ad incontrare Gesù sia nei Sacramenti che nel servizio del prossimo. L’invito di Gesù a dare da mangiare alle persone ha due significati: quello materiale, invitandoci ad un ostile di condivisione e non di possesso, e quello spirituale, invitandoci all’apostolato perché la Sua persona sia conosciuta, amata ed incontrata da tutti coloro che lo desiderano (nostro compito è di offrire a tutti l’opportunità, non di costringere a seguirlo)

§         La curiosità e l’esigenza materiale nelle richieste di miracoli: insieme al miracolo del paralitico di Cafarnao, questo è il miracolo più spiegato nelle sue condizioni e nelle sue conseguenze. Le persone cercano Gesù per avere del pane (motivi materiali) e per la curiosità di vedere uno spettacolo straordinario. Gesù condanna queste richieste, e ci invita a vedere i Suoi miracoli solo come spiegazione della Sua natura divina e della Sua missione a favore dell’umanità. Ci invita perciò anche a non chiedere miracoli, ma a cercare la Sua Persona e la gioia di vivere con Lui e per Lui.

§         L’Eucaristia, Dio in noi che ci permette di comportarci da Dio: quando sentiamo le esigenze della morale di Gesù (amatevi come Io ho amato… porgi l’altra guancia… siate perfetti come è perfetto il Padre Vostro…) ci viene la tentazione di dire: “come faccio, mica sono Dio!”.  Questo brano del Vangelo ci dà la risposta: è vero che non sono Dio, e perciò non posso amare come Lui ama, essere perfetto come lo è Lui. Eppure Gesù me lo chiede, e me lo chiede all’imperativo, dunque se lo aspetta da me. La soluzione è proprio nell’Eucaristia: se Gesù è in me personalmente, allora non sono più io che amo come Lui ama, ma è Lui stesso che lo fa in me; non sono più io ad essere perfetto come Dio, ma è Lui che lo è in me.

 

 

5^ INCONTRO

APPROFONDIMENTO DEL VANGELO DI GIOVANNI (cap.  7)

 

Ci faremo guidare dalle proposte di P. Silvano Fausti, stampate nel libro: “Una comunità legge il Vangelo di Giovanni”, Ed. Ancora; e presenti anche sul Sito: “www.gesuiti-villapizzone.it”

 

1-10  E’ la terza volta che Gesù va a Gerusalemme, in occasione della Festa delle Capanne (andrà ancora altre due volte).  La Festa delle Capanne è la festa dell’acqua, e Gesù insegna che Lui stesso è l’acqua viva (come già aveva insegnato alla Samaritana).  Il contesto è la non fede dei suoi fratelli (cioè i familiari, che rappresentano tutti noi, quelli cioè che dovrebbero essere intimi di Gesù): queste persone non sono contro Gesù, ma vedono che Gesù non è politicamente corretto, e perciò lo vogliono consigliare a scelte migliori.

Inizia affermando che i Giudei lo vogliono uccidere (l’autore non è antisemita, perché lui stesso è un Giudeo, ma è una constatazione triste di vedere che i suoi connazionali non lo hanno capito). La festa delle Capanne è un momento di speranza del popolo, che pensa a quando tutti i popoli accoglieranno il Messia; è una festa agricola, gioiosa, di musica e danze al termine del raccolto. I Suoi vogliono che vada a Gerusalemme per presentarsi al popolo, per iniziare il Regno Messianico; hanno buon senso umano, e Gli vogliono gestire la vita. Gesù invece delude chi ha questa aspettativa: al momento opportuno si metterà nelle mani dell’uomo, invece di dominarlo. Gesù sa di essere odiato perché fa proposte contrarie alla filosofia del mondo, ma non si adegua: continua la Sua missione. Infatti poi va alla festa, ma non con loro, con i loro criteri, ma va a modo Suo, per “evangelizzare” e non per “dominare”.

11-36     Il tema di questo brano è cercare il Signore e capire dove è, da dove viene e dove va.

I Giudei cercano Gesù, perché lo vogliono uccidere; la gente Lo cerca perché vuole la felicità.  Anche noi dobbiamo capire perché lo cerchiamo, perché così capiamo come è la nostra fede. Per trovarlo, devono scoprire dove è. Non è un problema di luogo fisico, ma di relazioni: quando capiamo che Gesù è in relazione col Padre, Lo possiamo trovare realmente. Le persone sono divise nel giudizio su di Lui; il giudizio dipende dalle nostre scelte di campo, perché Lo vediamo con i nostri pregiudizi: se Lo vediamo come Dio-amore, Lo accogliamo; se Lo vediamo come Dio-padrone, non Lo accogliamo. Si chiedono da dove viene, quale cultura ha: non Lo giudicano per quello che è, ma per stereotipi. Gesù fa capire anzitutto che le Sue Parole non vengono da una cultura umana, ma direttamente da Dio; e aggiunge che la vera fede non è prevalentemente intellettuale, ma morale: chi vuole vivere la Parola di Dio ha fede (naturalmente dopo averlo conosciuto e compreso). Il secondo criterio che Gesù propone per capire se quanto si ascolta è vero, è quale gloria si cerca: se uno cerca la propria, non è veritiero, perché per il proprio orgoglio è pronto a sacrificare la verità. Partendo da questi criteri, insegna che la legge è per l’uomo, e non sopra di Lui. Dio non è uno che ha un potere che vuole un’osservanza della legge al di sopra di tutto, ma è un Padre che ama l’uomo: e Gesù stesso non fa altro che manifestare l’amore del Padre. Anche se l’uomo non capisce questa novità, Gesù la vuole insegnare per ricostruire l’uomo nella sua verità, attraverso una nuova concezione di Dio: un Padre, non un padrone. E per capirlo, dobbiamo prima riconoscerlo come Dio, non come un uomo qualunque, di cui sappiamo da dove viene.

37-53   Ritorna il tema dell’acqua, fonte della vita. E lo spiega bene come dono dello Spirito.

Il fatto avviene nell’ultimo giorno della Festa, il giorno più solenne. E Gesù approfitta per insegnare (stando in piedi, come un araldo che annuncia, ed urlando, perché il mondo intero capisca) delle cose che toccano l’uomo nella sua intimità “chi ha sete venga a me”: tutti abbiamo sete, tutti siamo invitati. La nostra fede è rivolta a Lui (“Chi crede in me”) ha una conseguenza logica: anche noi saremo sorgente di vita come Lui; anche noi potremo amare come Lui ama. Ciò avviene attraverso la Spirito, che Gesù darà dalla Croce. Essendo un dono, ciascuno lo desidera ed accoglie come vuole. La folla infatti si divide nella comprensione e nell’accoglienza: qualcuno lo considera un profeta, altri il Messia (nel senso politico, il dominatore), altri contestano per motivi culturali (Gesù è Galileo, ma il Messia deve essere di Betlemme). I capi invece sono uniti nella condanna, perché non possono accogliere Colui che abbatte i potenti: vogliono un altro Messia. Gesù invece continua a presentare il vero Dio ed il vero uomo, convince chi non ha pregiudizi (persino le guardie capiscono questo). Solo un Fariseo accoglie Gesù: è Nicodemo. Non accetta l’insulto rivolto alla folla ed il pregiudizio, e vuole ragionare; ma viene assalito dal gruppo intero, che lo insulta e lo mette a tacere.

Alla luce di questo capitolo possiamo approfondire

§         Chi è veramente Gesù: pur sapendo intellettualmente che Gesù è Dio diventato uomo, abbiamo sempre bisogno di ripeterci questa domanda, perché una cosa è sapere intellettualmente, una cosa è accettarlo con la vita. Che Gesù è Dio significa che io non posso dubitare della Sua Parola, perché se non fosse veritiero non sarebbe Dio. Significa che io non posso dubitare delle Sue proposte morali, perché se non mi presentasse il vero bene non sarebbe Dio.  Credere realmente, con la vita e non solo con la mente, che Gesù è Dio significa essere cristiani pieni, fedeli a Lui fino alla santità. Attenzione all’altra faccia della medaglia: tutto questo Gesù lo chiede personalmente a me, mi chiede di proporlo a tutti nella mia testimonianza apostolica, ma mi chiede anche di non imporlo a nessuno: il cristiano è sempre un discepolo “integrale” di Gesù, ma non è mai un “integralista”

§         L’accoglienza di Gesù, dono dello Spirito: accogliere Gesù nella Sua divinità, nella fede nella Sua Parola, nella vita secondo la Sua proposta morale, non è facile, anzi, è impossibile per la nostra natura umana. Per questo Gesù ci ha promesso e ci ha mandato lo Spirito Santo: è solo per mezzo di Lui che possiamo riconoscerlo e seguirlo (1Corinzi 12,3Ebbene, io vi dichiaro: … nessuno può dire «Gesù è Signore» se non sotto l'azione dello Spirito Santo)

 

 

 

  

6^ INCONTRO

APPROFONDIMENTO DEL VANGELO DI GIOVANNI (cap.  8)

 

Ci faremo guidare dalle proposte di P. Silvano Fausti, stampate nel libro: “Una comunità legge il Vangelo di Giovanni”, Ed. Ancora; e presenti anche sul Sito: “www.gesuiti-villapizzone.it”

 

1-11   Brano che probabilmente non è di Giovanni, ma di Luca.  Parecchi manoscritti non lo riportano (qualcuno pensa che sia stato tolto da alcuni copisti perché sembra troppo permissivo). È invece il centro del Vangelo: il dono dello Spirito ci cambia in persone nuove. E presenta anche il nuovo rapporto con la Legge, che in sé non è cattiva, ma spinge a giudicare l’essere umano invece che solo l’errore dell’essere umano. Nel perdono invece Dio ci aiuta a capire realmente chi siamo noi.

Di giorno Gesù è a Gerusalemme, dove insegna; la notte va nell’Orto degli Ulivi. L’insegnamento di questo brano è nel fatto stesso: c’è al centro una donna peccatrice: cioè c’è il male. Gli chiedono se è lecito lapidarla: un atto di giustizia collettiva, che combatte chi si vede come fonte del male; combattendolo insieme, ci sentiamo più uniti e sfogati in modo legittimo. La domanda è per tentarlo, cioè per metterlo in difficoltà: se la condanna, nega quanto ha detto finora; se non la condanna, si mette contro il popolo e la Legge. Gesù non risponde, ma fa un gesto che permette di prendere tempo: invita tutti a rientrare in se stessi. Invita poi tutti a decidere da soli, non seguendo gli altri (cioè ad essere i primi a lanciare il sasso), ma mette una condizione: non avere colpe. Si china di nuovo, per lasciare la responsabilità a ciascuno, senza condizionarli. La conseguenza è che vanno via tutti, iniziando da chi ha più peccati, cioè i più anziani. Rimangono solo “la misera e la misericordia” (S. Agostino). Gesù si alza, perché questo è il Suo giudizio: non sulla persona (anzi, le vuole far capire di essere amata, e che non deve condannarsi neppure da sola) ma sul peccato. È la gioia di sperimentare l’amore ed il perdono, esperienze che ci portano a non peccare più.

 

12-20    Inizia una sezione sulla luce, che culminerà nella guarigione di un cieco. È vista come il “senso della vita”: riconoscere l’amore con cui siamo amati, che ci fa figli di un Padre. C’è un dibattito serrato (Gesù interviene 13 volte, gli avversari 11) perché vuole far capire come la luce supera le tenebre.  Per 23 volte si nomina il Padre, fonte della luce. Per 25 volte c’è il termine “parlare”, per 4 volte “catturare” e per 6 “uccidere”: nel momento in cui presenta la Sua luce e la Sua gloria, lo vogliono catturare e uccidere.

Gesù subito si presenta: “Io sono la luce del mondo”; non si dichiara l’ “Illuminato”, ma la luce stessa. La Sua Parola è luce, perché illumina da se stessa: non ha bisogno di spiegazioni, e perché indica la strada che ci fa seguire Gesù verso il Padre. Ci sono dei criteri di verifica sulla verità di questa verità: anzitutto la mia valutazione interna su quanti ascolto; poi la sequela vissuta con coerenza e completezza. Quando lo accusano di testimoniare se stesso, sa spiegare che la Sua Parola viene dal Padre, e perciò è sicura. Li invita a giudicare la Sua Parola non nella superficialità (secondo la carne), ma con intelligenza e riflessione. Spiega poi ancora il Suo giudizio, che non è quello che l’uomo intende, ma è la misericordia ed il perdono, e si appella alla testimonianza del Padre, invitando tutti ad avere fede (se metto la mia fede in una parola sbagliata, arrivo anche io all’errore; devo perciò mettere la fede in Persone sicure: Gesù e il Padre).  Gli chiedono dove è Suo Padre, ed indica la strada per conoscerlo: guardate me, che Gli sono vicino. Tutta la vita di Gesù, spesa nell’amore per i fratelli, è testimonianza del Padre: Dio non si può dimostrare, ma si deve mostrare.

 

21-30   Il testo ci dice che Gesù è Dio, chi è Dio e come lo troviamo. Il centro di tutto è la Croce, che presenta tutte le novità di Gesù.

Gesù è ancora nel Tempio, e parla della Sua morte vista come dono all’uomo e come ritorno al Padre. Ci insegna perciò anzitutto il vero senso della morte, che non è fine di tutto. La Sua morte poi è vista come effetto di un’uccisione: presenta perciò un Dio del servizio, che non piace al potere.  Gesù si trova nell’amore dei fratelli: quando si vede Dio come potente e il rapporto con gli altri come sopraffazione, non si trova Gesù, e si muore (cioè la vita diventa morta). Gesù insegna che va dal Padre, e loro non possono seguirlo; i Giudei non capiscono, e proiettano su Gesù il loro desiderio di ucciderlo, pensando che si voglia suicidare. Gesù allora la Sua piena autorità divina, perché afferma “Io Sono”. È una presenza rassicurante, dalla quale nasce il mio vero io.  I Giudei capiscono che sta dicendo di essere Dio, e lo accusano di bestemmia. Gesù allora continua a spiegare sia il Padre che il loro peccato di non comprensione e di chiusura del cuore, che diventa idolatria perché non permette di riconoscere il dio diventato uomo, ed allora si cerca un altro Dio. E la Sua divinità la spiega finalmente nel modo pieno: attraverso il senso della Croce, chiamata “innalzamento” (3 volte in Giovanni c’è questo termine), perché sarà lì che si presenterà il vero senso di Dio (tutte le altre immagini di Dio sono diaboliche), e da lì attirerà tutte le persone che accettano di conoscere veramente se stesse attraverso questa conoscenza di Dio, e perché possano vincere il male nella loro vita.

 

31-59   Il capitolo termina con la rivelazione di Gesù e con il tentativo di lapidarlo.  In questo brano c’è 14 volte la parola “Padre” rivolta ad Abramo, a Dio ed a Satana.

Spiega bene la verità: è il venire alla luce della realtà conosciuta attraverso la parola.  Opposto alla verità è l’errore (oggettivo) e la menzogna (soggettiva). La verità più importante è capire la verità di Dio e dell’uomo (Padre e figlio): non riconoscere queste due realtà è errore o menzogna.

Spiega poi la libertà: non è “fare ciò che mi pare” perché questa libertà rende l’uomo bestia, non razionale.  Non è neppure “conoscere e fare il proprio dovere” (stoicismo).  Il Vangelo ci propone un altro concetto di libertà: “essere immagine di Dio” sapendosi amati ed amando come Lui. Ci sono due immagini di Dio, quella diabolica (Dio potente) e quella di Gesù (Dio amore, misericordioso, servo): la prima rende schiavi, la seconda liberi.

Gesù parla ai Giudei che avevano creduto “a Lui”, cioè avevano aderito al Suo messaggio. Quando uno dimora nella Sua Parola diventa Figlio e trova la verità e la libertà (questo è lo scopo di tutto il Vangelo). I Giudei si sentono figli di Abramo, dunque liberi. Gesù spiega loro che si può essere nella casa del Padre anche come servi (una religiosità vissuta nell’obbligo e non nella gioia e nel dono, come il figlio maggiore della parabola del Padre misericordioso). Questa figliolanza ci fa diventare figli del Diavolo, perché seguiamo una visione sbagliata del rapporto con Dio.  Il peccato originale è proprio questa menzogna su Dio, e dunque su di noi: solo sulla Croce si rivelerà la pienezza del senso di Dio.

 

Alla luce di questo capitolo possiamo approfondire

§         Il nostro rapporto col peccato e col peccatore: l’esempio di Gesù con l’adultera è chiaro, ed il nostro comportamento non può che essere conseguente: il peccato non è mai accolto, è sempre denunciato e combattuto; il peccatore è sempre amato come figlio di Dio. Questo atteggiamento non è umano,m ma è soprannaturale, è uno di quelli di cui parlavamo due volte or sono, dicendo che queste cose si possono vivere solo se è Lui che le vive in noi, cioè se Gli permettiamo di essere in noi, soprattutto tramite l’Eucaristia.

§         Croce-maledizione e Croce-innalzamento: la croce nella storia umana, soprattutto romana, è vista come il supplizio infamante degli schiavi. Sappiamo che a Roma non è stayo disegnato il crocifisso (per esempio nelle catacombe), e l’unico che abbiamo è il graffito nelle stanze dei servi nel palazzo dell’Imperatore sul Palatino, dove c’è una croce graffita sul muro, con una testa d’asino, e con la didascalia “Anassimeno adora il suo Dio”. La croce dunque, anche nel senso conseguente di sofferenza, è vista da tutti come maledizione (per gli Ebrei era segno di punizione divina per un peccato).  Gesù cambia questo modo di vedere le cose, perché dopo che Lui è stato “innalzato” la croce, e conseguentemente la sofferenza, assume il significato di redenzione, di salvezza. Paolo così potrà dire nella sua riflessione: “Completo nella mia carne ciò che manca alle sofferenze di Cristo” (Col. 1,24). Anche la nostra croce perciò diventa redenzione, se la viviamo con Lui, offrendogli tutto quello che non possiamo togliere dalla nostra vita.

 

 

 

  

7^ INCONTRO

APPROFONDIMENTO DEL VANGELO DI GIOVANNI  (Cap. 9)

 

Ci faremo guidare dalle proposte di P. Silvano Fausti, stampate nel libro: “Una comunità legge il Vangelo di Giovanni”, Ed. Ancora; e presenti anche sul Sito: “www.gesuiti-villapizzone.it”

 

Il tema della luce è visto in una metafora: la guarigione di un cieco, che arriva alla luce (cioè nasce, perché vede l’altro, cosa che gli permette di vedere se stesso). La luce permette di vedere, sia materialmente, sia nella fede, sia nell’amore.

Gesù è ancora nel Tempio nella Festa delle Capanne. Vede un uomo: l’iniziativa è Sua, perché non è visto (riconosciuto) dal cieco, che è segno di tutti noi, ciechi dalla nascita perché non abbiamo ancora trovato il senso della vita. Ciò è frutto del peccato dei genitori (originale) e personale (scelte di egoismo). Gli Apostoli però danno un altro senso a questa domanda, pensano ad un peccato-azione che sia causa della sofferenza. Gesù toglie l’associazione tra peccato e sofferenza (tentazione che abbiamo tutti, quando per esempio diciamo “ma cosa ho fatto di male?” quando abbiamo una sofferenza). Il male vero per Gesù è “far soffrire” e non “soffrire”. Quel male è dovuto alla libertà dell’uomo, e non a Dio. Prende poi l’occasione per spiegare il senso della luce nella vita, che è la capacità di fare il bene, le opere del Padre, luce comunicataci dalla Sua stessa Parola, perché Lui è la luce. Il fatto che è luce è indicato dal miracolo del cieco.  Facendo il fango con lo sputo, Gesù fa un gesto di creazione (crea l’uomo nuovo, che vede la verità e trova la libertà) e poi fa la proposta di lavarsi (invito al Battesimo).

La luce piena però il cieco l’avrà nel confronto con gli altri, che avverrà sotto forma di interrogatori.

Il primo interrogatorio è dei conoscenti, che vogliono solo capire la realtà, anche se con curiosità. Il cieco scopre di essere lui stesso, ma in una nuova identità. Però manca ancora qualcosa alla sua fede: non sa dove è Gesù.

Il secondo interrogatorio è dei Farisei, che non accettano che Gesù possa fare queste cose straordinarie, facendo però il fango di sabato, mancando cioè ad una legge. La loro visione di Dio è ancora dogmatica: non interessa loro il bene della persona, ma solo la legge vista come parola scritta, e non fonte di amore. La fede non è un problema di idee, ma di scelta a favore di Dio e del fratello. La vera fede non porta a divisioni (queste nascono dalle idee), ma all’accoglienza. Il cieco racconta di nuovo quello che gli è successo, prendendo sempre più coscienza della sua rinascita, tanto da capire che Gesù è un profeta.

Il terzo interrogatorio riguarda i genitori, nella speranza di scoprire che quell’uomo non era realmente cieco

Il quarto interrogatorio è ancora da parte dei Farisei, che insistono sulle stesse domande. E il cieco continua a ripetere la stessa storia. I Farisei vogliono che il cieco dia gloria a Dio, ammettendo che Gesù ha peccato perché non ha osservato il sabato. È la versione ufficiale di quello che è accaduto (poiché è un peccatore, il fatto è praticamente annullato). Il cieco però non può negare il fatto, e non gli interessa il loro dogmatismo: guarda la realtà, e risponde con sarcasmo alla loro chiusura mentale. Capisce ora che il vero miracolo non è vedere, ma diventare discepolo adesso, senza fossilizzare la propria verità nel passato. La risposta dei Farisei, che non hanno più argomenti, è l’insulto e la violenza (la scomunica dalla sinagoga).

Il cieco scomunicato però ha la gioia di incontrare Gesù in persona. Lo riconosce per quello che è (riconosce Dio, e perciò riconosce se stesso), tanto che lo adora.

Gesù tira allora la conseguenza: questo è il vero processo che porterà alla giustizia: il peccato si scopre, per superarlo e diventare capaci di riconoscere Dio, i fratelli e se stessi. Se non lo si scopre si è realmente ciechi, e Dio non può far altro che accettare la nostra libertà.

 

Alla luce di questo capitolo possiamo approfondire

§         Il senso della sofferenza nella nostra vita: possiamo ancora approfondire quanto detto la volta scorsa sulla croce. La nostra sofferenza diventa redenzione se la viviamo con Gesù. non è dunque un male in sé; qual è dunque l’atteggiamento del cristiano di fronte ad essa?

o        Non la cerca, anzi, fa il possibile per superarla: il cristiano può anche fare dei sacrifici (dei fioretti), ma non sono perché pensa che a Dio faccia piacere la nostra sofferenza, bensì solo per trovare la libertà dai propri condizionamenti, o per mettersi sulla croce con Gesù se intercede per qualcuno

o        Non la vede mai come punizione di Dio: Dio non punisce, ma ama i figli e li accoglie. La sofferenza non è perciò mai da vedere come conseguenza dei peccati

o        Quando non può toglierla, la accetta come strada per la santità, dunque come volontà di Dio (la Sua volontà non è la mia sofferenza, ma la mia santità nel mio oggi, e se il mio oggi prevede la sofferenza, la Sua volontà è che io sia santo in essa

§         Il vero miracolo: diventare discepolo di Gesù: Gesù fa dei miracoli “materiali” (guarigioni, resurrezioni, moltiplicazione dei pani, cambiamento dell’acqua in vino, sedazione di tempeste), ma questi miracoli hanno senso solo se li vediamo nella loro valenza spirituale: farci capire che Lui è Dio e che sa guarire l’anima dal peccato, sa ridare vita a chi è morto perché lontano dal Padre, sa dare se stesso in cibo a chi ha fame di santità e di verità… Il vero miracolo di Gesù allora è la conversione del nostro cuore, per farci passare dall’egoismo all’amore, da una vita lontana da Lui al diventare seriamente Suo i discepoli

 

 

 

 

8^ INCONTRO

APPROFONDIMENTO DEL VANGELO DI GIOVANNI   (Cap.  10)

 

Ci faremo guidare dalle proposte di P. Silvano Fausti, stampate nel libro: “Una comunità legge il Vangelo di Giovanni”, Ed. Ancora; e presenti anche sul Sito: “www.gesuiti-villapizzone.it”

 

1-21        Gesù prende su di sé l’immagine del pastore.  Sa che le pecore sono nel recinto: è il luogo dove le pecore sono sfruttate (latte e lana) e preparate per la vendita o l’uccisione. Gesù dice per 4 volte “Io sono”, dunque siamo nella rivelazione divina. Anzitutto Gesù dice: “Io sono la porta”. Lui è la vera porta del recinto, perché attraverso Lui non si entra per essere sfruttati e non si esce per essere uccisi.  Spiega che chi non passa attraverso Lui è ladro e brigante, perché vuole sfruttare e non servire. Il pastore entra per la porta: usa perciò la parola come proposta di verità, e non come imbroglio; rispetta la libertà. A chi porta questa verità e libertà il portiere apre (io apro il mio cuore). Quando l’umanità segue un cattivo pastore, ci si rende conto che il mondo va a rotoli, che manca la verità, che non c’è libertà, che c’è violenza e non accoglienza… ognuno è solo sfruttato; mentre il buon pastore chiama le pecore per nome, non sono anonime. Conduce poi le pecore fuori, non per essere macellate ma per portarle al pascolo buono e alla sorgente di acqua viva. Gesù espelle le pecore dal recinto, non nel senso del cieco che è stato espulso (scomunicato) dalla sinagoga, ma nel senso della nascita: espulso per trovare luce e libertà, e seguono Gesù perché riconoscono la sua voce, la voce della verità. Ed infatti non capiscono proprio quelli che hanno il cuore chiuso, che non vogliono capire Gesù. A loro Gesù continua a parlare con nuove parabole, perché aprano i loro occhi.

Poi aggiunge “Io sono il pastore bello”: prima ha parlato dei pastori “brutti”, ora spiega al positivo. Il segno è anzitutto che “espone” la vita per loro, la mette a rischio, a differenza del mercenario che pensa alla propria vita e si interessa delle pecore solo quando le può sfruttare. Poi “dispone” la Sua vita a loro favore, perché è Sua e Lui la può utilizzare per gli interessi propri o quelli delle pecore.

Parla poi di altri recinti (sociali, religiosi…) ma di tutti si interessa, perché tutti sono figli. La meta è che ci sia “un solo gregge, un solo pastore”, perché non vuole che nessuno sia sfruttato; perciò non vuole tutti nel proprio recinto, ma tutti fuori da ogni recinto, nella libertà di Cristo. Non vuole distruggere gli altri recinti, ma lasciarli nella loro differenza, però nella comunione con Lui, unico pastore.  Il motivo per cui questo può succedere è perché Gesù  “depone” la Sua vita a servizio delle pecore, donandola sulla croce. questo è il potere di Gesù: non quello dello sfruttamento, ma del dono.  Queste parole provocano divisione, perché mettono di fronte alla nuova visione di Dio, che si può accettare o meno. Chi l’accetta, ha finalmente gli occhi aperti come il cieco.

 

22-42   Gesù è a Gerusalemme per la quarta volta, nella festa della dedicazione, di inverno. È la volta nella quale ci sarà il verdetto, che sarà messo in atto nella prossima venuta di Gesù a Gerusalemme, a Pasqua.  È sempre il problema dell’immagine di Dio: il cristianesimo è una bestemmia per tutte le religioni, perché nessuna può accettare il Dio crocifisso.

Gesù è circondato dai Giudei (i capi, quelli che non hanno accolto Gesù né i Suo i discepoli). Insistono per sapere chi è. Già lo ha detto e lo ha fatto vedere, ma loro non possono accogliere quelle spiegazioni, perché ribaltano le loro idee, e tolgono l’autorità al loro potere. Gesù spiega che tutto quello che ha detto e fatto spiega che è figlio e Messia, ma che loro non vogliono accoglierlo perché seguono altri pastori (altre idee teologiche e altre proposte morali). Solo chi segue la mano forte di Gesù, quella che sa amare e servire come il Padre, perché “Io e il Padre siamo uno”. Il discorso è così chiaro per i Giudei, che Lo vogliono lapidare.  La bestemmia per Gesù non è voler essere come Dio, ma far diventare Dio come noi…  Spiega allora che tutti possono essere come Dio, anche secondo un Salmo, tanto più lo può e deve essere Lui, che è della stessa natura del Padre. Ribadisce allora che hanno capito bene, e che non ha paura di ribadirlo (il centro della nostra fede è una bestemmia per ogni religione), anzi, lo ribadisce anche spiegando le Sue azioni come immagine di quella realtà.

In questa occasione non si lascia catturare (non è la Sua ora, cioè non è ancora Pasqua), e continua a presentare la Sua novità, su chi è Lui (dunque chi è Dio) e chi siamo noi; continua a desiderare che apriamo gli occhi.

 

Alla luce di questo capitolo possiamo approfondire

§         Il nostro rapporto con gli altri “recinti delle pecore”: Gesù vuole un solo recinto con un solo Pastore. Ma purtroppo questa non è la realtà di oggi: la Sua Chiesa non è unita, ma è divisa in più recinti. Il nostro compito non è quello di condannare, ma di lavorare perché ci sia un solo gregge con un solo Pastore. E ciò lo facciamo con l’equilibrio di Gesù: da una parte accogliendo le persone, cercando prima ciò che unisce piuttosto che ciò che divide… dall’altra cercando sempre la verità, perché l’unità del gregge si fa sotto la Sua Persona, la Sua Parola, e non in modo superficiale, a discapito della vera fede in Lui.

§         Gesù il bestemmiatore: secondo la mentalità ebraica, Gesù bestemmia, ed è vero, perché parla di Dio in un modo che loro non possono accettare. La verità è nel fatto che non è Gesù che bestemmia, ma sono loro che hanno una visione errata, solamente umana, di Dio, perché lo vedono non come l’innamorato dell’uomo, per il quale è pronto a tutto; non come il servo dell’uomo, che vuole fargli capire con il proprio esempio come lui deve mettersi a servizio dei fratelli.

 

 

 

 

9^ INCONTRO

APPROFONDIMENTO DEL VANGELO DI GIOVANNI   (Cap. 11)

 

Ci faremo guidare dalle proposte di P. Silvano Fausti, stampate nel libro: “Una comunità legge il Vangelo di Giovanni”, Ed. Ancora; e presenti anche sul Sito: “www.gesuiti-villapizzone.it”

 

Il limite è il luogo della comunione  interpersonale. La morte non è l’ultima parola: sarebbe un sadismo assoluto da parte di Dio. La sofferenza e la morte sono i luoghi dove si manifesta la gloria di Dio. La Resurrezione è il grande desiderio dell’uomo, ma l’uomo non ci crede, perché sarebbe un dono troppo grande. Gesù la promette, la fa vedere in Lazzaro, la fa vedere in se stesso. L’uomo che non accetta la morte come passaggio, nega Dio (il Padre), dunque assolutezza se stesso; però la morte lo rende non assoluto, ed allora c’è la depressione… in questo brano si racconta la resurrezione di una persona, ma per farci capire la nostra resurrezione.

Questo brano è tutto un movimento, anche se parla di morte, che dovrebbe bloccarci tutti nell’immobilità. Il tutto inizia con una famiglia che si confronta con la sofferenza e la morte. La comunità di Giovanni si confronta con queste realtà con scandalo (se Gesù è risorto, perché noi moriamo ancora?). Gesù non parte subito, ma spiega perché vuole darci un insegnamento spirituale (la malattia può essere per la gloria di Dio, invece il male spirituale, il peccato, non è mai per la Sua gloria, ma è la rovina dell’uomo). La non presenza di Gesù a Betania mentre Lazzaro è malato, è una cosa bella, perché così può risuscitarlo, e darci questo insegnamento. Dopo due giorni (perciò il terzo giorno, giorno dell’intervento di Dio) parte. Lo fa con fiducia, perché Lui è la luce del mondo, e dunque fino a che Lui c’è, non inciamperemo. Gesù, partendo, spiega che Lazzaro è morto, ma che Lui va lo stesso per risvegliarlo (chiama “sonno” la morte, per sdrammatizzarla, per insegnarci che la morte non è l’ultima parola).

La vera resurrezione è quella delle sorelle, non di Lazzaro. Inizia Marta ad incontrare Gesù, lo riconosce come Figlio di Dio, ma ancora non ha chiaro il discorso della resurrezione. Il tema fondamentale di questo brano è l’incontro con Gesù (si dice anche che Gesù incontra Lazzaro, nel senso che va al suo sepolcro). Lazzaro è già da quattro giorni nel sepolcro (per gli Ebrei dopo quattro giorni c’è la decomposizione, perciò la morte certa). Alle sorelle Gesù parla di resurrezione giù presente, perché la vita prevale sulla morte. Invita alla fede, perché la vita eterna si ha soltanto se la si accoglie. La fede di Marta ha ancora un limite: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”, ma c’è anche speranza “so che qualunque cosa chiederai, ti sarà data”. La sua speranza però è materiale, è un miracolo di Gesù che riporti alla vita precedente. Gesù parla di Resurrezione, e Marta interpreta che parla della Resurrezione finale. Ma Gesù aggiusta il tiro: chi incontra me, è già nell’ultimo giorno, perché “Io sono…”. La vita non sarà solo alla fine, ma ora, perché “Io sono” adesso con te. Marta chiama Maria, che va da Gesù, ed a lei Gesù rivela non solo che è la resurrezione e la vita, ma anche il “come” Lui lo è. Va infatti al sepolcro, e, come le sorelle e tutti i presenti, piange (non pianto di impotenza, ma di com-passione). Chiede “dove lo avete posto?” perché vuole coinvolgerci nella consapevolezza della realtà (è nel sepolcro, dunque è finito, umanamente parlando). L’intervento di Dio non è quello spettacolare che noi vorremmo, ma è la reazione “empatica” al problema dell’uomo: si mette in sintonia con noi nella “com-passione”, e ci dona la soluzione spirituale del problema. Gesù giunge allora al sepolcro di Lazzaro, e lì finisce il suo cammino. L’uomo è stato divorato dal sepolcro, perché questa è la sorte dell’uomo, ma Gesù lo vincerà, per insegnarci che ci libera dal male assoluto. Gesù ringrazia il Padre, non Gli chiede nulla, perché ha già avuto tutto. La nostra resurrezione su questa terra sarà questa: il sapere che abbiamo tutto dal Padre, e perciò siamo già a pienezza. La nostra morte sarà la fine della gestazione, e la possibilità di vedere il volto di Dio; Lazzaro vede il volto di Gesù già su questa terra, dopo la sua resurrezione, e siederà con Lui al banchetto (cioè sarà già nella vita eterna). Il finale parla della conseguente fede di alcuni Giudei, e della cocciutaggine dei capi che invece dopo questo fatto decidono in modo definitivo di ucciderlo.

 

Alla luce di questo capitolo possiamo approfondire

§         la differenza tra la “resurrezione per la morte” (questa di Lazzaro) e “quella per la vita” (quella di Gesù): Si raccontano nel Vangelo e resurrezioni che Gesù compie. Ma queste resurrezioni capiamo bene che non sono importanti in sé, perché quelle persone, dopo qualche anno, sono nuovamente morte. Sono dunque solo degli insegnamenti che ci fanno capire che Lui è capace di resuscitare un morto, dunque potrà resuscitare se stesso. E questa resurrezione sarà quella vera, perché non destinata a riprendere questa vita terrena, e dunque a morire nuovamente, ma destinata alla vita che non finisce.  E come Gesù godrà di questa seconda, la promette anche a noi.

§         L’amicizia di Gesù: in questo brano si sottolinea molto l’amicizia di Gesù con la famiglia di Lazzaro, Marta e Maria. Anche questo non è un fatto raccontato da Luca “per caso”, ma è un insegnamento per ciascuno di noi: anche noi infatti siamo chiamati a questa stessa amicizia. Per questa famiglia si manifesta nell’accogliere Gesù come ospite gradito, facendogli trovare un ambiente sereno ed amichevole; nel sapersi mettere in ascolto di Gesù che parla; nel sapersi rivolgere a Lui nel momento del bisogno (Lazzaro malato e morto). Per noi sono le stesse caratteristiche che devono manifestarsi nel rapporto con Gesù.

 

 

  

 

10^ INCONTRO

APPROFONDIMENTO DEL VANGELO DI GIOVANNI (Cap.  12)

 

Ci faremo guidare dalle proposte di P. Silvano Fausti, stampate nel libro: “Una comunità legge il Vangelo di Giovanni”, Ed. Ancora; e presenti anche sul Sito: “www.gesuiti-villapizzone.it”

 

11,55-12,11  Marta serve, e Maria ama in modo folle, fino a sprecare una quantità spropositata di profumo. Anche Gesù darà profumo (amore) in modo spropositato, sulla croce. La scena è la cena (la Pasqua) per la Resurrezione di Lazzaro (Resurrezione di Gesù). L’economia di Maria è dono (profumo – vita) quella di Giuda è possesso (puzza – morte). La cornice è il desiderio dei capi del popolo di arrestare Gesù. Il Vangelo di Gesù parla dei primi sei giorni di Gesù, e poi del settimo che è alle nozze di Cana. Anche qui racconta gli ultimi sei giorni di Gesù, e poi il settimo sarà la Resurrezione, le nozze con l’umanità. È a mensa, con Lazzaro che giace con Lui, mentre le sorelle servono. Maria lo fa ungendo Gesù di profumo. Fa un gesto folle, che è amore enorme, e poiché Dio vive dove è amato, Maria fa nascere Gesù sulla terra, amandolo. Il profumo entra nella casa del morto, per vincere la morte. Giuda critica, e pensa ai soldi sprecati. Lo spreco è una realtà, ma capire Dio è questo, perché Dio è un’assurdità come questo spreco. Il dono ai poveri sarebbe un atto di amore, ma Giuda non vuole l’amore, vuole il potere, da prendere facendo un “esercito!” con l’elemosina a dei bisognosi, e prendere il potere a Gerusalemme. Gesù vi prenderà il potere, ma a modo Suo. Gesù prende le difese di Maria, perché ci rivela che solo così si accoglie Dio. La reazione finale è duplice: la folla vuole vedere Gesù e Lazzaro (curiosità) i capi invece vogliono ucciderli tutti i due, per evitare che Gesù tolga loro il potere.

12,12-19  questo brano ci insegna quando viene il Regno di Dio: quando lo accolgo sull’asinello. La gente lo accoglie come Re (ha dato il pane, ha ridato la vita a Lazzaro, cosa si vuole di più da un Re?). Il fatto avviene il giorno dopo l’unzione di Betania: là è stato unto Re, qui fa l’entrata trionfale. La folla esce dalla città, lascia il potere del Re terreno per trovare il Re divino, lascia chi la opprime per trovare chi la libera. Lo stile di Gesù invece è quello dell’asinello (porta su di sé i pesi dell’altro, sulla croce), e ci insegna a metterci davanti agli altri così, pronti a donare e non ad opprimere. C’è di nuovo la doppia reazione, della folla che gioisce per la vita donata, e quella dei capi che invece vogliono la Sua morte.

12,20-36  Il brano inizia con i pagani che vogliono vedere Gesù, e Gesù risponde che il luogo dove se ne vede la gloria: la croce.  Questi pagani, simpatizzanti ebrei, vanno dagli Apostoli per chiedere di incontrare Gesù, come noi stessi, che crediamo attraverso la parola degli Apostoli. Gesù presenta il modo di incontrarlo: sulla Croce, dove Lui si manifesta come il chicco che muore e da la vita a molti chicchi. La Sua morte dunque è salvezza e dono di vita, dono proprio a chi lo uccide. Il dono è solo nell’amore: l’egoismo (chi ama la propria vita…) è morte (…la perde). Infatti la conseguenza è chi lo “serve” (cioè sa amare come Lui ha amato) è glorificato. In questo brano Giovanni riassume il Getzemani, che poi non racconterà (“l’anima mia è turbata”) e la Trasfigurazione (anche questa non raccontata da questo Vangelo) (la voce del Padre). Gesù preannuncia la sua Croce (l’innalzamento) per tre volte, ed ogni volta spiega un aspetto diverso del Suo dono. Qui spiega che la Sua croce ci salverà espellendo il capo del mondo, cioè Satana (il menzognero, che mi vuole presentare una falsa idea di Dio, non servo ma padrone).

12,37-50  Un brano che spiega la fede, attraverso un riassunto di tutto il Vangelo. La prima causa dell’incredulità è in Dio (è già presente nell’Antico Testamento, fin da Adamo, che crede a Satana e non a Dio), è l’incredibilità del Suo amore eccessivo (credere in un Dio che si lascia crocifiggere per l’uomo, non è umano). La seconda causa è in Satana, perché l’uomo non può vedere la verità in quanto Satana gli ha accecato gli occhi (non è colpa dell’uomo, che è accecato).  La terza causa è nell’uomo stesso, che cerca più la gloria dell’uomo che quella di Dio (in questo caso, la paura di essere espulsi dalla sinagoga).  Gesù allora presenta la fede in Lui, e lo fa “gridando ad alta voce”.  Conseguenza della fede in Gesù è quella di essere amati e non giudicati; vuole salvare anche chi non crede (eventualmente è lo stesso non credente che si giudica, che si condanna; non è mai Dio). Termina parlando della Sua unità di vita col Padre, di unità nella Trinità.

 

 

Alla luce di questo capitolo possiamo approfondire

§         Il profumo e l’olfatto: l’olfatto è un senso particolare, il meno valutato, ma è quello che ci permette di comprendere la natura delle cose: ci fa distinguere la morte dalla vita, il puro dall’avariato (puzza – profumo). L’unico odore che non sentiamo è il nostro, ci vuole qualcuno che ce lo faccia notare (se siamo in tanti in una stanza, dopo un po’ c’è puzza, ma la sente solo chi arriva dal di fuori). La nostra vita è con Cristo se profuma, è nel peccato se puzza di morte; ma per capire come siamo, ci deve essere qualcuno che “senta il nostro odore” (questo è il compito della direzione spirituale).

§         La regalità di Gesù: Gesù si presenta come Re, e lo fa in modi assolutamente rivoluzionari. In Luca si vede il corteo regale che accompagna Gesù al Trono: sono i due delinquenti uccisi con Lui, che lo accompagnano alla croce; e sulla croce Gesù giudica l’umanità, con il solo giudizio che conosce (Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno). In tutti i Vangeli il brano dell’entrata in Gerusalemme fa vedere Gesù che sceglie l’asino, come segno di servizio e non di imposizione. L’insegnamento riguarda perciò il modo di vivere la regalità: l’uomo vuole il potere per dominare sugli altri e per sfruttarli in modo da possedere di più (più denaro, più gloria…); Gesù vuole servire, perché Gli interessa l’uomo e non se stesso. E questo insegna,mento deve ricadere su di noi: se i cristiani cercano il potere, ibridano il cavallo (e terreno) con l’asino (Re divino) e fanno nascere un mulo, che è sterile, e non il Regno di Dio che è sempre fecondo di gioia e santità. Solo nel servizio dei cristiani nasce il Regno di Dio nel mondo.

 

 

 

 

 

11^ INCONTRO

APPROFONDIMENTO DEL VANGELO DI GIOVANNI (Cap. 13)

 

Ci faremo guidare dalle proposte di P. Silvano Fausti, stampate nel libro: “Una comunità legge il Vangelo di Giovanni”, Ed. Ancora; e presenti anche sul Sito: “www.gesuiti-villapizzone.it”

 

13,1-5  Dopo i “segni” si parla dell’ora di Gesù (l’”ora” dura un giorno, dalla sera del giovedì alla sera del venerdì). Alla luce di questa ora (che racconta in 8 capitoli) si capisce tutto il Vangelo. Non racconta dell’Eucaristia (lo fa nel cap. 6) perché vuole che l’Eucaristia non sia un rito, ma sia un arricchimento che ci porti a servire imitando Gesù. La lavanda dei piedi non è un segno, ma una realtà indicata dagli altri segni. In questo gesto esprime la Sua coscienza di Dio, perché lo fa con la pienezza del potere nelle Sue mani. Otto volte c’è questo termine (lavare i piedi). Lo fa perché è pieno di amore (avendo amato i Suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine), perché è giunta la Sua ora, l’ora dell’amore pieno. L’amore pieno sarà sulla Croce, dove il dono sarà completo e voluto (non è un incidente di percorso). L’introduzione continua con Satana che mette nel cuore di Giuda il desiderio di tradire (Giuda è il protagonista di questo capitolo, e Gesù gli lava i piedi, lo purifica, perché ama il peccatore, anche se odia il peccato), e con il Padre che mette tutto nelle mani di Gesù. Il gesto Gesù lo fa durante la cena (non prima, come segno di purificazione prima dei pasti, ma come cuore del pasto). Si raccontano 7 gesti di Gesù: si alza (risorge); si toglie le vesti (si rivela per quello che è); prende il grembiule dei servi e se ne cinge, (perché questa è l’essenza di Dio); mette l’acqua nel catino (l’acqua del Mar Rosso che non uccide i nemici, ma li salva); lava i piedi (serve); li asciuga (li cinge, per rendere l’uomo capace di camminare come Lui).

 

13,6-11   Dopo la lavanda dei piedi, ci sono le nostre reazioni. Pietro non accetta, non capisce l’amore gratuito, non accetta la vera immagine di Dio. Lo capirà solo quando avrà deciso per l’amore pieno. Gesù gli dice infatti che per essere con Lui deve riconoscerlo ed accettarlo come servo, e poi imitarlo (Lui è servo per amore, e io non posso essere padrone, sfruttatore…). Gli spiega che ogni rito di purificazione (compreso il Battesimo) non serve a nulla se non accetti che Gesù ti lavi i piedi. Il personaggio di Giuda dà in senso a tutto: Gesù muore in croce perché vuole salvare tutti, anche lui, e gli rivela il Suo amore chiamandolo amico e donandogli il boccone.

 

13,12-20   Gesù inizia a spiegare ciò che ha fatto, e che Pietro non ha capito. Gesù è maestro, e dichiara di esserlo soprattutto in questo gesto, immagine di Dio. La conseguenza è che dobbiamo imitarlo in questo stile di Dio (l’uomo vorrebbe essere come Dio, ed ora abbiamo la strada per esserlo: capaci di servire come Lui). Se qualcuno non lo fa, come non lo fa Giuda, è amato ugualmente da Gesù, ed in Lui si manifesta la Scrittura, che è appunto questo amore anche per i nemici. Sta parlando anche della comunità cristiana, che mangia il Suo pane (Eucaristia), e che talvolta tradisce Gesù.

 

13,21-32   Giuda provoca in noi la domanda fondamentale: siamo salvati o perduti? Il boccone è segno dell’Eucaristia, e Giuda lo riceve (nel Vangelo di Giovanni, l’unico che riceve la Comunione è proprio lui). Gesù ama Giuda; se non lo amasse, che tipo di Dio-servo sarebbe? Gesù è turbato, e questo turbamento è per Giuda, non per la propria sorte. Inizia poi a parlare del “discepolo che Gesù amava” e lo vede adagiato nel seno di Gesù (si identifica con Gesù, come Gesù, che è nel seno del Padre, si identifica col Padre). Da questo punto in poi si vedrà molte volte: è il modello di ogni discepolo. Questo discepolo gli chiede: “Chi è il traditore?”, e Gesù lo indica con il boccone, cioè con il dono del proprio corpo, di se stesso. Dopo di questo Gesù afferma di essere glorificato: lo è ora perché ha rivelato il Suo amore in modo infinito, per il traditore. Dopo che Gesù è entrato in Giuda col boccone, anche Satana entra in lui, e lo tiene schiavo. In Giuda c’è la lotta definitiva tra Gesù e Satana: Gesù dona tutto il Suo amore, pur lasciando la libertà all’uomo. 

 

13,33-38   Pietro vuole seguire Gesù, ma Lui gli spiega che prima deve rinnegarlo, perché solo così potrà capire il Suo vero amore, ed essere pronto allora a seguirlo per quello che è, e non per altri motivi. A tutti spiega che non possono andare con Lui, perché prima devono accogliere il dono del “comando” dell’amore. È un comando nuovo, perché solo dopo che si è capito l’amore Suo per noi è possibile attuarlo (amore è lavare i piedi a Pietro che Lo rinnega, dare il boccone a Giuda che Lo tradisce…). Il “come io ho amato voi” non è solo un modello, è anche una causa (“siccome io ho amato voi”). Questo amore è manifestazione dell’Eucaristia, e sintesi di tutto il Vangelo. Pietro vuole dare la vita per Gesù, ma ancora non ha capito che è Gesù che da la vita per Lui e per tutti. È il peccato di Adamo, che vuole prendere il posto di Dio. Solo dopo aver rinnegato può capire Gesù, e ricevere il dono della Sua vita. Ed infatti Gesù glielo preannuncia, perché sa che solo così sarà pronto per la sua missione.

 

Alla luce di questo capitolo possiamo approfondire

§         Il rapporto tra Eucaristia e servizio dei fratelli: per Giovanni sono esattamente la stessa cosa. Chi mangia il pane di Gesù non può levare contro di Lui (presente nei fratelli) il suo calcagno. Accogliere questa immagine nuova di Dio-servo non è facile (Pietro non ci riesce da solo, deve essere aiutato da Gesù), e per accoglierla dobbiamo pensare come Gesù, vedere come Gesù, amare come Gesù, dobbiamo perciò averlo in noi. solo l’Eucaristia allora ci permette di amare realmente i fratelli.

§         Gesù ha tutto il potere nelle mani. Come lo usa?:  se Dio mi “mettesse tutto nelle mani”, se per un’ora fossi onnipotente come Dio, cosa farei? Sfrutterei la situazione per il mio benessere? Toglierei dei problemi nel mondo per il benessere dei fratelli (guerre, malattie, egoismo…). Queste sono visioni umane. Gesù, quando ha piena coscienza che il Padre ha messo tutto nella Sue mani, lava i piedi agli Apostoli. Dio non è colui che toglie i problemi, ma è colui che mi mette in condizioni di sentirmi amato e di decidere di fare la mia parte per togliere i problemi dal mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 20-02-14